mercoledì, maggio 14, 2008 17:59

Il materasso dell'anima

“Perché non scrivi una piccola recensione ogni volta che leggi un libro?” Mi dicono ieri sera. Io penso. Scrivo tanto. Leggo molto di più. Ma non so scrivere di quello che leggo. E non mi piace neanche parlare di quello che leggo. Mi sento in imbarazzo.  Sarà per lo stesso motivo per cui odio nei blog il tool in colonnina “Leggo” e l’elenco dei libri che il nostro blogger  in quel momento sta leggendo ( e ovviamente adoro la grandissima scelta di stile fatta a proposito da Italian Psycho). Un fastidio pari quasi solo a quello degli adesivi glitterati “Amore mio ti amo tanto” ( a proposito, quando una mozione dell’Accademia della Crusca per l’abolizione di tale espressione?)

L’unico onanismo librario in cui mi crogiolo è la classificazione della biblioteca in xsl con obiettivi del tipo “quota 500 entro il 2009”  e l’acquisto basato su scelte del tipo “mi servono 4 Einaudi ET per completare la fila”.  Però lascio la piegolina sulla pagina per tenere il segno. Orrore di ogni lettore.  Odio le edizioni non economiche. Quelle con la sovracopertina plastificata.  A parte il fastidio per la sovracopertina, mi sballano la fila in cui devo metterli e non hanno mai dei bei dorsetti coordinati.

Detto ciò, sì mi piacerebbe tremendamente scrivere di libri, ma non ne sono capace.

Mi piacerebbe avere ancora  un’ora di treno di ritorno solo per il piacere di cacciare il libro dalla borsa da dove mi ha aspettato per tutta la giornata di lavoro. E alzare solo ogni tanto lo sguardo per masticare una frase.

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lunedì, maggio 05, 2008 22:26

Mullah Omar dixit

Io comunque, fosse per me, metterei una legge che vieti di camminare in costume da bagno laddove finisce la sabbia e comincia l’asfalto.
Voglio dire, è mai possibile che già il tre maggio si veda gente fare la spesa al supermercato di “nota località balneare” con infradito e pareo arravogliato sul costume?
E secondo me, è tutta colpa di quelli che vanno a fare il Grande Fratello e mangiano a tavola a torso nudo.

( Io una volta uscivo con un ragazzo, che mi piaceva pure abbastanza, anche se a casa sua non c'era il bidet. Una sera fece per sedersi, a tavolo, a casa sua, a torso nudo. Io gli chiesi gentilmente di indossare una maglietta. Dopo quella sera non l'ho più visto nè sentito)
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lunedì, aprile 28, 2008 12:17

Calcare vs arenarie

I  napoletani hanno la casa per le vacanze a Scalea. I casertani a Diamante e i salernitani a Santa Maria  di Castellabate. Il mio ragazzo, che è cavaiuolo, ce l’ha a Ogliastro Marina, ridente frazione balneare di un non meglio specificato paese montano ( Montecorice, forse?).
La casa delle vacanze a Ogliastro Marina è ubicata nel villaggio residenziale Baia Arena. Il villaggio residenziale proprietà privata vietato l’accesso agli estranei Baia Arena è un sogno di benessere anni settanta di villette bianche a schiere col patio davanti e il giardinetto dietro.  Il piccolo status-symbol di buona borghesia di provincia per i lunghi soggiorni di mamme e bambini e papà ci raggiunge nel weekend. Le casette ora hanno i muri un po’ scrostati e il bianco è diventatato grgiolino.  I bimbi ci portano le ragazze a passare il week.end che soldi per passare il week-end fuori non ce ne sono più.ma per fortuna mamma e papà hanno investito sul mattone, Benedetto ottimismo oculato degli anni settanta.

Io adoro il week-end al villaggio residenziale Baia Arena.   Baia Arena mi permette di fare tutto quello che la chicchissima Amalfi Coast non mi permette di fare.  Alzarmi dal letto, infilarmi il costume, aprire la porta e stendermi sulla spiaggia. Con metri metri e metri di sabbia vuota attorno a me.

Perché, se è pur vero che “vir o mar quant è bell spira tant sientiment…” , tra l’atto di alzarsi e quello di stendersi al sole, in Amalfi Coast, so lovely place, bisogna passare prima attraverso questi step, detti anche “stazione della via crucis per farsi un bagno”.

• Mettersi qualcosa addosso sopra al costume
• Prendere macchina o motorino
• Farsi minimo minio quarto d’ora sindacale di traffico
• Lottare per il parcheggio armati di crick e catena per il motorino contro le invasioni barbariche dell’hinterland napoletano.
• Pagare l’ingresso in spiaggia che le poche libere che si sono piene di mazzamma che al confronto la serata dei balli latino americani al centro commerciale Campania di Marcianise è un ritrovo del Rotary Club.
• Se non si è disposti a pagare infilare gli scarponcini da trekking per raggiungere calette situate in fondo a discese di quattro chilometri di sgarruppo sotto il sole e poi ti voglio vedere al ritorno.
• Conquistare i due metri per tre di spazio vitale appesi a uno scoglio sul punto di franare.
• Tuffarsi da qualche scoglio per farsi il bagno e risalire arrampicandosi a mani nude sulla roccia attenti a non scivolare sulle alghe. Nel raro caso in cui è presente riva infilarsi le scarpette di gomma per riuscire a camminare su ciottoli e sassi o abbracciare la causa del “è un massaggio plantare che riattiva la circolazione”.

E così ogni venerdì da sera possibile da aprile a ottobre benedico il passaggio dai calcari alle arenarie, tra allevamenti di bufale e foreste d’eucalipto.

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mercoledì, aprile 23, 2008 21:56

Ora posso anche fare la vee-jay

Oggi ho imparato a fare la ruota.
Son soddisfazioni, a un certa età...
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martedì, aprile 22, 2008 13:56

I veri valori della vita

Questo post assolve all’unica funzione di star sopra a quello di sotto. Nel senso che mi sono scocciata di roba tipo “in questo paese manca la meritocrazia”  “cosa pretendi, alza le chiappe e vieni a faticare al Nord”, “perché ti sei presa una laurea in Scienze della Comunicazione e non in ingegneria gestionale delle imprese petrolifere? Ora sì che troveresti lavoro!”.  Torniamo piuttosto a parlare delle cose serie.
Del tipo. Come mai non riesco a dimagrire le braccia?   Perché nonostante abbia una forma fisica ormai definibile come “magra” continui ad avere braccia da panettiera? Come posso eliminare la pieghetta da infante chiattuncella e pacioccona che si forma sopra l’ascella?  E’ realisticamente possibile avere un tricipite non sventolante tipo tendina senza essere Federica Pellegrini?
E ancora: queste estate vanno di più i jeans skinny ( ancora) o quelli a zampa d’elefante larghi larghi? (di nuovo?)
C’è una crema davvero efficace contro i pori dilatati?
E davanti a quest’immensità s’annega il pensier mio
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martedì, aprile 08, 2008 15:16

Non è prevista retribuzione

 

E va bè che da ormai tre mesi mi godo beata otto ore di sonno, lavoro vicino casa, no stress no proble, less money more happiness “ne guadagni in salute” Collywood vs Naples, “ti capita mai di sentirti soffocata?” ,ma un occhiatina ogni tanto a lavoricreativi.com la do sempre. Per scrupolo di coscienza più che altro. E immancabilmente. Posizione ricercata: giornalista. Tipo di retribuzione: non retribuito. Mai che veda un, che so, Posizione ricercata: grafico. Tipo di retribuzione: non retribuito. No, fare il giornalista, soprattutto da Roma in giù, pare non sia un lavoro. Pare che uno debba farlo nutrendosi della firma in bold.  “Non è prevista retribuzione, ma è garantita un’ottima visibilità e gli articoli sono validi  per il tesserino di giornalista pubblicista”.    Voglia di imparare, capacità di relazionarsi, ottime capacità di scrittura e conoscenza dei più diffusi applicativi web completano il profilo. Gradita conoscenza della lingua inglese e basi di html.    Il fatto è che. Fin quando schiere e schiere di ragazzi continueranno a scrivere aggratis pur di fare esperienza e mettere qualcosa nel cv, fin quando vedere la propria firma stampata sarà appagante di per sé, fin quando scrivere sarà considerato un hobby e non un mestiere, fin quando il sogno di un tesserino bordò con scritta dorata nel portafoglio sarà considerata una valida ragione per offrire gratis a fantomatiche società editoriali qualcosa da mettere in pagina, sarà sempre più raro trovare qualcuno disposto a pagare chi riempia quelle pagine.  E quando dopo un paio di anni di riempimenti a gratis i portatori insani “la gavetta è necessaria” si saranno ampiamente rotti il cazzo di chi “offre esperienza formativa” sarà pronta una nuova generazione di wannabe writers “ho tanta voglia di imparare”. E’ tempo di elezioni. Articolo 1. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.  Per lavoro si intende una prestazione effettuata dietro compenso. E’ vietato richiedere o effettuare qualsiasi forma di prestazione svolta a titolo gratuito fatta eccezione per associazioni umanitarie”.

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sabato, aprile 05, 2008 12:08

Suburban mood

La decadenza della civiltà occidentale ti appare all’improvviso un venerdì sera in un posto che si  fa chiamare  il New Boccale posto in una zona imprecisata tra cavalcavia, binari e una chiesa scenografica dedicata ad Santa Alfonso Maria Liguori, quello che ha scritto Tu Scendi dalle Stelle. L’Old Boccale era un onestissimo posto con tavoli di legno e travi a vista, frequentato il sabato sera da vrenzole che ballavano il latino americano di gruppo e facevano il karaoke, ma con onestà.  Io me lo ricordo bene: là Stefania cantava sempre Brivido Caldo dei Mattia Bazar e Marco Spaccacuore di Bersani. Io ancora mi preparavo per uscire il sabato sera.  Il New Boccale sorge invece porta a porta con un SuperAlvi e davanti a un parcheggio dove stanzionano, seduti sui motorini, ragazzotti con la cresta e il giubbino bianco.  Ti immagini che davanti al SuperAlvi di giorno ci siano appessi polli, manzi e provoloni, Davanti al New Boccale sta appessa una sfilza di manifesti con le attrazioni del locale: domani sera c’è un certo Alessandro, che mi sorride con una sigaretta penzolante tra le labbra. Alessandro si distingue per il petto orgogliosamente villoso e per il filo di ricciolini che cade dirittto diritto nel vrachetta aperta dove è sensualemente appoggiata una mano. Affianco a lui, c’è Fabiano, a lui lo conosco. Guarda me e Merincontraria con aria intensa, sul suo bicipite destro  leggiamo “is not impossibile anything”. Stordite ci chiediamo se prima di tatuarselo addosso abbia controllato l’esattezza della grammatica. Sopra di loro un faccione tondo e ingenuo da ragazzino e una sola scritta “Giuseppe”. Non riesco a capire chi sia,  la parte di sotto però me lo spiega chiaramente:  Amici, la foto scontornata male di Maria de Filippi e il logo del Biscione. Il ragazzo è un prodotto garantito. Visto in Tv. Di più: visto con Maria De Filppi. Io di Amici ho visto tutte le edizioni. Lo dico con orgoglio. Ma questo Giuseppe proprio non mi dice niente. Mi chiedo per quanto tempo avrà diritto alla fascia “da Amici di Maria” da appendere sotto i manifesti per garantirsi un duecento euro a serata.  Vicino a Maria, non credo a caso, trova posto la locandina del musical su Madre Teresa di Calcutta, previsto per domenica sera. Sabato fritto misto e  vracchetta di Alessandro, domenica pizza e preghiera a Madre Teresa. Va beh, glià, entriamo.  A colpo d’occhio il locale non so se mi ricorda più quello di Pulp Fiction, una sala di spogliarelli deserta prima che cominci lo spettacolo o il bar blu di Fisciano.  Enorme. Tutto, ma dico tutto, dipinto in blu.  La console del dj e il bancone del bar a tipo forma di astronave giocattolo.  Al centro c’è una pista da ballo grigia e deserta. Intorno tavoli di plastica blu con sedie rosse. Sopra il soppalco che gira intorno alla pista da ballo.  Ai bordi della pista pali da lap dance. In un lato,incongruente rispetto a tutto, un armatura medievale. Lo immagino pieno, di sabato sera, con Alessandro che si dimena sul palchetto, e le vrenzole con le maglie di lycra glitterate aderenti sulla pancia che urlano. O’ fridd ‘ncuoll.  Va beh, ecco qua, la nostra solita serata trash, ci siamo incappate un'altra volta. Stanno i ragazzi che suonano, glià, metiamoci sopra che forse si sente meglio. Il locale è semivuoto. Su un centinaio di tavoli ce ne sono sei. Noi, gli amici del chitarrista, un altro, con i cugini del tastierista,uno con la sorella, il cognato e la nipotina del cantante che zompetta in mezzo alla pista da ballo e un paio di coppiette tristi.  L’acustica è pessima, il volume è tropppo alto, la birra la portano in bicchieri sengati.  Tutto attorno puzza di fritto. I ragazzi ormai suonano come se suonassero nella saletta prove per divertirsi tra di loro. Mi chiedo come ci siano finiti là dentro. E’ una tortura.  Ce ne andiamo dopo tre quarti d’ora.  Mentre paghiamo un prezzo spropositato vedo che dietro la cassa il proprietario ha una foto di lui abbracciato a Melita vestita da diavolo sexy e affianco una statua di Padre Pio con l’Ulivo benedetto in mano. 
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giovedì, aprile 03, 2008 12:09

La filosofia con la terza media di Msn Messanger

 

All’inizio quasi nessuno ci faceva caso. A quel righino su Msn Messanger “inserisci un messaggio personale o visualizza musica in ascolto”. Poi, all’improvviso, da qualche mese a questa parte, l’esplosione.  Il righino diventa una sorta di microblog dove poter esprimere tutta la propria grande vena poetica e creativa inesp

 

E uno può passare anche l’intera giornata in ufficio a pariare addosso ai colleghi...

 

L’italiano, questo sconosciuto

 

  • Esistono tre modi di vivere la vita: entrambi presentano vantaggi e svantaggi.
  • Voglio a te
  • Il celo è di tutti ma non tutti possono accedervi

Il mio sito preferito è aforismi.net

...

  • Ho imparato che il viaggio non è la meta, ma la strada che ad esso conduce
  • Nella vita non esiste solo il bianco e il nero, ci sono infinite sfumature
  • Vivi e lascia vivere

Ho ritrovato per caso il mio diario di terza media e ho preso spunto da là

 

  • Un tempo guardavo i tuoi occhi per vedere le stelle, ora guardo le stelle per vedere i tuoi occhi
  • Non è forte chi cade ma chi dopo essere caduto si rialza
  • Se ami qualcuno lascialo libero, perché solo quando ritornerà da te sarà libero veramente

( in aggiornamento…)

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venerdì, marzo 28, 2008 23:28

Faccende di primavera

Aprile, dolce dormire. Ma anche. Ho bisogno di un paio di stivaletti leggeri nuovi marroni. Che quelli che ho sono bellini ma a punta. E la punta è out.  Un nuovo jeans. Perché sono dimagrita e quelli che ho mi vanno larghi.  Si sappia bene in giro. Una creama anticellulite e una tisana drenante per eliminare i liquidi in eccesso. Lo dice la mia amica nutrizionista che mi ha messo sopra un bilancia che non so attraverso quale arma magica ha decretato che non ho grassi, solo liquidi.  Un paio di all star blu. Una camicetta bianca. Magari col fiocco e le maniche a palloncino. Una crema viso e un detergente anti imperfezioni. Un fondotinta di un tono un attimino più solare. Un vestitino nuovo e bellino che il 19 devo andare a un matrimonio e pare brutto non approffittare di un matrimonio per comprarsi un vestito nuovo. Forse potrei mettere quello verde di max mara che ho messo al matrimonio di mia cugina. O quello coi pois bianchi di mia mamma. Ma sembra brutto non approffittare. Lo smalto blu notte chanel che pare proprio non se ne possa più fare a meno. Dei colpi di sole nei capelli.  Una passata dall’estetista. Un paio di cuffie nuove per l’ipod. Devo assolutamente prendere in considerazione l’acquisto di motorino.

E’ incredibile quanto possa essere costoso il cambio di stagione.

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venerdì, marzo 21, 2008 11:44

Pasqualinità

La cosa che più mi piace quando si fa la pastiera è ammaccare con la forchetta il bordo di pasta che si ripiega poco poco sul brodo del ruoto. Paf paf paf tanti bordini. Fare le striscioline da metterci sopra e fare gli incroci invece è più difficile. Lo tagli col zig zag ma se la pasta non è tirata bene appena lo metti su si spezza o affonda nell’impasto. E la pastiera poi non si affoga di zucchero a velo. Anzi, secondo me lo zucchero a velo sopra non ci va proprio. Mia nonna prepara sempre due tipi di pastiere: la 1.0 per le zie, con dentro i canditi. La 2.0 per le nipoti, senza i canditi. Perché alle nuove generazioni non piacciono più i canditi? E’ una domanda che ci dovremmo porre.
Lo sapevate che la Pasqua non poteva venire più presto di così? O forse solo un giorno prima.  Il 22 marzo. L’equinozio di primavera. Quest’anno equinozio di primavera e plenilunio coincidono quasi. Ma comunque l’equinozio astronomico c’è stato il 20 marzo alle 6 e mezza di mattina. Me l’ha detto il mio ragazzo che sa tutto.
Quando ero piccola c’era una specie di leggende metropolitana che il mondo sarebbe finito quando Pasqua sarebbe caduta di maggio. Forse era solo una metafora per dire che il mondo non finirà mai, visto che la Pasqua massimo massimo può venire il 25 aprile e sarebbe proprio una bella sola.  Per farla venire a maggio si dovrebbe produrre un’ allargamento dell’elissi della Terra intorno al Sole che spostri più in là l’equinozio di primavera. Però così si allungherebbe anche l’anno e dovremmo aggiundere mesi nuovi che si potrebbero chiamare Undicembre e Dodicimebre. Oppure fare mesi di 40 giorni ma poi prendere lo stipendio ogni 40 giorni sarebbe davvero una sola. A me già al 21 del mese finisce come alla mamma di Lucio Battisti. In ogni caso il problema non si pone perché ora si porta che la fine del mondo verrà nel 2012 a parte in Bolivia e allora pace. Tutti in Bolivia a suonare i flautini di canna.
In ogni caso a Pasquetta pioverà. Lo dice il Dashboard. Tutti nel soggiorno a giocare a Trivial Pursuit. L’importante è che non piova quando fanno le processioni.
E questo è.
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domenica, marzo 16, 2008 22:27

Primavera non bussa, lei entra sicura

Tu non te ne accorgi perché guardi diritto la strada davanti a te e solo a volte, con una piccola rotazione del collo verso destra, ti giri, mi sorridi, e mi accarezzi una guancia chiedendomi “Sei contenta?”. Tu non te ne accorgi, ma a volte, mentre la domenica sera torniamo da qualche entroterra equamente distante da tutti i punti di lontananza, io guardo le fabbriche di Solofra che scorrono fuori al finestrino e un poco piango.
Poco poco mentre Stefano Bollani suona.  Di gioia e commozione melanconica.
Per tutte le domeniche del ritorno, per tutte le autostrade e gli spiccioli per il casello.  E io che ti chiedo di cantarmi Sere Nere e tu all’inizio un po’ ti vergognavi ma ora non ti vergogni più tanto. Ma solo se non c’è nesusn altro che ti sente.
Stanotte ti sei alzato un sacco di volte. “Avevo caldo”, mi hai detto poi la mattina, e io da sotto al dormiveglia ti spiavo e te lo volevo dire, ma poi ti guardo, ti sorrido, e non te lo dico mai, e neanche tu me lo dici mai. Mi dici solo “sono contentissimo”.
E tutto va bene, l’inverno è passato ed è già primavera
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mercoledì, marzo 05, 2008 11:02

Quello che poi ti ricordi

Quando morì mia nonna l’impiegato delle pompe funebri mi mise davanti un modulo precompilato con sopra un header scontornato ad onda,sfumato nei toni del lilla. Sotto dovevi mettere una crocetta sulla frase che volevi per il manifesto.
  • Serenemante è venut.. a mancare all’affetto dei suoi cari
  • Tragicamente è scompars..
  • E’ tornat.. alla casa del Padre
  • Dopo una vita dedita alla famiglia e al lavoro si è spenta la cara esistenza di…

Ne danno il triste annunzio (….inserire nomi e cariche parentali…)
Un'altra crocetta si doveva mettere sul logo presecelto per il manifesto
  • Madonna Addolorata
  • Gesù Cristo sulla Croce
  • Padre Pio con le stigmate
  • Foto del defunto santo subito
Righe di text libero se volevi un messaggio personalizzato. Si sa, scrivere il proprio epitaffio è un tipico esercizio da wannabe copy in fasce. Ne ho quaderni pieni. Altra cosa è scriverne uno sedute al tavolo laccato lucido della domenica con i due ragazzotti delle pompe funebri dalle spalle grosse a fuori di portare bare che ti spiano da dietro. Metto due crocette a caso, bene attenta a evitare Padre Pio.

L’industria della morte è un’industria efficientissima. Dopo un’ora già i manifesti erano lì, freschi d’inchiostro e umidi di colla con il mio nome di battessimo in bold e i margini della doppia l che si mischiavano un po’.

Quando morì mia nonna una vecchia zia venne vicino a mia mamma per ricordarle che la coperta di merletto matrimoniale sotto la quale lei era morta spettava a mio fratello. E lei ci teneva molto a questa cosa. E io ho pensato a mio fratello, bassista di heavy metal nei peggiori bar di Amsterdam e alla coperta di merletto. Mio fratello che ancora non sapeva niente e alla coperta di merletto da chiudere in un trolley attenti a non superare i venti chili che la Transavia te li fa pagare. Cosa ci fa una coperta di merletto in una mansarda nella red light street di Amsterdam?

Quando morì mia nonna, mia mamma già sapeva quale cassetto aprire. L’ultimo del como’. In fondo a tutto c’era una scatola. Dentro una bella camicia da notte coi merletti, calzette bianche, una corona del rosario, un piccolo scapolare di velluto di quelli che ancora si usano qui, in certe zone del Sud, dove dentro si cuciono ermeticamente santini e fiori secchi. E una busta con dentro 12 banconote da cinquanta e un biglietto “da dare a Sisina per le messe gregoriane”.  Una scatola prepara anni e anni prima. Non si sa quanti, e io a chiedermi se mia nonna avesse anche fatto il cambio lira/euro e avesse calcolato il tasso di inflazione.

Quando morì mia nonna mi tornaro in mente tutte le istruzioni su come comporre un morto che aveva letto avidamente a  9 anni sul manuale di infermiera di Suor Camilla. La fascia per tenere chiusa la bocca e bisogna fare presto. Ma nel mio bieco e postmoderno allontamento e repulsione dell’evento mortuale non l’ho nemmeno toccata e ho lasciato fare a mia mamma e alla badante ucraina che però prima copriva tutti gli specchi. Io mi sono girata e ho fatto l’unica cosa che sapevo fare. Telefonare e organizzare. Con davanti l’agenda di mia nonna e i numeri che man mano che si facevano più recenti la grafia era sempre più incerta e incomprensibile. Fino ad essere sostituita dalla calligrafia antica e svolazzante della sua tata.

Subito dopo arrivò una comitiva di parenti che non sapevo di avere e zie con cappottoni neri dalle spalle troppo larghe che si alzavano sulle punte dei piedi per darmi un buffetto in faccia e dirmi “E tu sei Camilla piccola? Come ti sei fatta grande! Hai gli stessi occhi della nonna”.  Mia mamma in altri giorni avrebbe detto “La stessa tendenza a mettere su chili sui fianchi. Se non la finisci con quei piattoni di pasta diventerai come tua nonna”.

Le suore di là hanno attaccato il rosario. Macchine da guerra anche loro. Snocciollanto quadrupli e quinti misteri dolorosi come io sono recitare a memoria ei fu siccome immobile dato il mortale sospiro stette la spoglia immemore orba di tanto spriro.

Si sta facendo buio. Esco fuori a prendere aria. Per l’ultima volta vedo spuntare fuori dalla montagne blu il treno da Napoli.  Io e mio fratello appessi alla ringhiera gli facevamo sempre ciao ciao con la mano.

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sabato, marzo 01, 2008 11:18

Un paio di cose

Uno. Weltroni presenta come la strabiliante ondata di novità e giovinezza della sua campagna elettorale la ventiseienne che si candiderà al posto di De Mita. Sarò la prima a votarla, tutto il mio apprezzamento, ma voglio dire, quella sta appresso a De Mita da quando aveva quindici anni e mezzo!

Due. Anna Tatangelo si fa fotografare abbracciata al suo amichetto del cuore e Chi titola “Un gay per amico”. Che, voglio dire, semanticamente equivale a “un gatto tutto matto per amico”. Fossi il presidente dell’Arcigay avrei proposto la lapidazione in pubblica piazza del deskista di Chi.  Fossi l’amico della Tatangelo mi cercherei un'altra amica frogiara che non vada a cantare a Sanremo
“ il mio amico mi confida le sue cose”, come se fosse  la grande trasgressione del secolo. Fossi ad Anna Tatangelo valuterei la sostituzione dell’amico gay con il chichuaua da borsetta per la prossima stagione. Fossi a Gigi D’Alessio la manderei a farsi una lavata di faccia di quelle energiche.
( Una domada rimane nell’aria. La Tatangelo ha dichiarato che sarebbe andata sul palco con la foto di Padre Pio (perché siamo tutti figli dello stesso Dio), ma sta foto di Padre Pio, tenendo presenti le sue mise sanremesi, dove se la sarà messa?)
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sabato, febbraio 23, 2008 13:24

Collywood and something else

Chi mi conosce bene sa che fondamentalmente dico e faccio, ma la mia più grande ambizione (nonché vocazione) è vivere in un eterno sabato mattina resto ancora a letto leggendo Vanity Fair e mangiando un plum-cake caldo con le gocce di cioccolato.
Ora però. I plum-cake con dentro le gocce di cioccolata a casa mia non si portano perché sono un inutile addittivo calorico, a parere di mamma wannabe taglia 38/40 per mia figlia, quindi solo plum-cake semplic.
Secondo punto. Vanity fair costa un euro e ottanta. Plus, a me non che piace solo Vanty Fair, mi piace anche la roba che sta pubblicizzata dentro. Soprattutto quella delle doppie paginate subito prima dell’indice. Anche se al massimo mi posso regalarmi una cosarella scelta dalla rubrica “San Valentino: regali low cost sotto i cinquanta euro”. ( No, non i copricapezzoli a forma di cuore con i brillanti).
Ma fosse solo questo, non sarebbe un problema, ci sono modi molti più semplici che avere Vanity Fair e sponsor che non lavorare. Tipo un fidanzato ricco ( nobile istituzione di cui ho sempre sostenuto l’alta valenza morale ed etica).

Il problema fondamentale è un altro. Nasci negli anni ottanta, cresci negli anni 90. Ti dicono che sei intelligente, che sei brava a scrivere, che avrai una carriera sfolgorante nel campo del giornalismo. Tu ci credi pure, perché a quindici anni non avevi ancora capito che, probabilmete, il fatto che non riuscissi a portare a termine manco la versione di greco tratta dalla favola di Esopo, era sintomo di un’inguaribile tendenza alla nullafacenza.  Così, con ferma convinzione in te stessa e una notevole dote di saccenteria, ti sei iscritta all’università, laureata e tutto il resto. Tanto quello era facile. E tutti continuavano ad aspettarsi da te una sfolgorante carriera. Allora tu visto che tutti se lo aspettavano da te e la parabola dei talenti e la donna realizzata e stronzate del genere ci cominci a provare. 

E furono tempi di treni umidi di ombrelli gocciolanti, pianti sulle scale antincedio, un pacchetto intero di sigarette al giorno, Dal lunedì al giovedì arrivando che venissi il venerdì.  Lunedì, benvenuti nel primo giorno della fine del mondo. L’inutilità di un martedì dopopranzo ( fuori già si sente primavera).  Forza, siamo già a mercoledì pomeriggio, il giro di boa (mettersi gli occhiali da sole nel treno del ritorno).  La sospensione del giovedì. La perfezione del venerdì sera quando esci e il tramonto è rosa cittadino e i vetri illuminati degli uffici ti dicono che sì, è venerdì sera, e la leggerezza colora di azzurro l’acqua della fontana del CdN e hai voglia di andare a piedi.  La dolcezza del sabato mattina. L’ansia della domenica sera quando nel piatto restano i cornicioni della pizza che mangi distrattamente per restare ancora un po’, solo un altro po’ nella domenica.
E poi basta. Ti dicono che sei brava, bravissima, troppo, ma putroppo la situazione è questa. Perché non ti prendi un po’ di pausa, diciamo un paio di mesi? Qua per persone come te non è che ci sono grandi opportunità di crescita. E così stop coi treni
 E così, giusto per avere una ragione per farsi uno shampoo, un lavoro nell’agenzia in paese. Manco nel centro del paese. Sulle colline del paese. Collywood. Dove lavoravi part-time prima di laurearti. Ti dicono “là sei sprecata”  “è un passo indietro” “magari vacci nell’attesa di trovare qualcosa di meglio”.  Il primo mese è tutta un’ansia da mancanza di ansia, di treni, di sveglie che fuori è ancora buoi, di ritorni a casa che c’è la sigla iniziale di Porta a Porta. Di cazziatoni e telefonate che non hai voglia di fare e scadenze e report. Della tua capa che ti ripete che devi a te stessa qualcosa di più e tu ti senti in colpa perché non riesci essere meno indulgente verso la tua latente tendenza alla nullafacenza. Il primo mese un poco ti vergogni a dire “lavoro sopra i colli”, e quando ti dicono “Stai sempre a Napoli?” a volta ancora dici “Sì”. Perché ti vergogni di dire “No, non mi hanno rinnovato il contratto. Ora lavoro qua in penisola”.
Ma poi all’improvviso, un venedì sera, stappando un crodino dopo aver montato tutti assime la libreria nell’ufficio nuovo con le pareti verdi e le poltroncine rosse ti rendi conto che sei felice. E non ti era manco resa conto che fosse venerdì. Che non conti più i giorni della settimana. Che la domenica sera non hai più paura di tornare a casa. Che il lavoro che fai ti piace. E non devi fare telefonate.  E ti alzi alle 8.15 . E vado in palestra. E a pranzo torno a mangiare a casa. E sono dimagrita sei chili.
E nessuno provi più a dirmi che sono sprecata.
Collywood, just fresh.

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domenica, febbraio 10, 2008 21:28

Una gita a…( i reportage dalla domenica)
....
Cristo si è fermato a Eboli
( e non sa che s’è perso..)
...
Tutto cominciò con lo Schiaccianoci. Io volevo andare a forza a vedere lo Schiaccianoci al San Carlo. Quello con Roberto Bolle, solo che i biglietti non si trovavano per niente e di questa cosa rimasi molto male. Allora per consolarmi decisi che dovevo essere portata a fare un week-end fuori porta a Matera, a vedere i sassi. E così fu. Due giorni ambientati nell’Intervallo Rai.  Oppure dentro una di quelle foto di “Una gita a..” della Settimana Egnicmistica.  E cominciò l’incapamento Lucania (essendo una coppia molto soggetta agli incapamenti) ( essendo una coppia molto soggetta in genere). Il giorno dopo eravamo tutti e due a (ri)leggere “Cristo si è fermato a Eboli”.  Seguito poi da “Sud e Magia” di De Martino.  Non se ne poteva quindi fare a meno. Aliano, il paese del confinio di Carlo Levi, chiamava. E noi dovevamo andare ad affacciarci alla Fossa del Bersagliere contemplando le argille malariche.
Aliano è un paese di 1500 abitanti così strutturato: Piazza Carlo Levi, Scuola Elementare Carlo Levi, Casa di confino di Carlo Levi, Museo di Carlo Levi. Per le strade pezzi del libro scritti sui muri.   Unica concessione a una religiosità altra è una statua di Padre Pio, elemento d’arredo urbano ormai inserito di default in ogni paese del Sud Italia. Non esiste paese senza “Bar Italia”, non esiste paese senza statua di Padre Pio con mazzi di fiori sotto. Sotto questo punto di vista Cristo a Gagliano sembra esserci arrivato, eccome. Al bar Carlo Levi distribuisco il ciclostilato: “La voce dei Calanchi-supplemento della domenica” con orari delle sante messe, veglie funebri, morti,orari delle preghiere e numero di cellulare del parrocco.
Cosa può essere successo? I contadini di Carlo Levi non battezzavano i figli, non frequentavano la chiesa,  non avevano quella religiosità che tanto spesso si riscontra nei borghi contadini.  La modernizzazione del paese ha compiuto una secolarizzazione inversa importando nel paese una religione standard? La televisione oltre a insegnare l’italiano ha convertito gli abitanti? 
Fatto sta, che dopo avergli intitolato tutto l’intitolabile sulla tomba di Levi non c’era manco una margherita di campo mentre le altre tombe affogavano in rose rosse, calle e la solita statuetta di padre pio col rosario di plastica in mano. Ma può essere anche che sia stata una sua espressa scelta non avere fiori sulla tomba, non so.
Intanto il sole a fatica illumina i pinnacoli di argilla e sabbia che vengono su dal pliocene  e le nubi dell’eternità passano lentamente.
L’unico ristorante con insegna del paese è tutto pieno, un signore ci indica un altro ristorante, nascosto nella pancia di una casa con gli occhi. La Cantina Matteone. Entriamo e accendono un caminetto che ha la bocca e gli occhi. Mangiamo borraggine fritta, panzarotti di scarole, pomodori fritti, tortini con il rafano, formaggio con la marmellata, ravioli con cicoria e ricotta, maltagliati con la verza, dolcetti di crema di ceci. II vero macrobiotico, altro che farro e roba per galline. Il vino della casa è superiore a qualsiasi bottiglia di aglianico sopra i 20 euro che abbia mai bevuto.  E per la prima volta, in un ristorante “contadino”,  il ragazzo “non mangio carne e pesce e niente che sia nello stesso piatto vicino a carne o pesce” riesce tranquillamente a mangiare tutto dissenzionamenti chiurgici nel piatto, piatti mandati indietro e soprattutto senza scenette col cameriere del tipo “ma questa non è carne, è prosciutto”.  Usciamo satolli e felici, pervarsi dalla spirito della domenicalità

And then later, when it gets dark, we go home.
Just a perfect day.

( and just in time per Amici...)
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martedì, febbraio 05, 2008 18:21

La Moon Cup

 

Questo era troppo per restare nascosto tra i commenti

 

Se dopo la cena al ristorante macrobiotico la vostra coscienza ecologica è stata ridestasta, oltre a lavarvi i capelli con i tuorli d’uovo e i denti con l’argilla, c’è un passo in più che potete fare per sentirvi in unione armonica con la madre terra. Qualcosa che vi farà mettere accopp' a tutte quelle consumiste che si limitano ad usare gli assorbenti igienici biologici. Usate la Moon Cup.

La Moon Cup è un pratico catetere per “quei giorni lì”. Te lo infili dentro e lui ti raccoglie tutto il sangue. Poi, invece di cambiarti l’assorbente e inquinare il mondo, te lo cacci, lo svuoti, lo lavi e te lo reinfili. Tutto nella massima igiene e praticità. Immagina per esempio di trovarti a fare pipì all’autogrill e doverti cambiare. Invece di entrare nel bagno con tutta la borsa (per inciso: io a quelle che entrano in bagno con tutta la borsa per non far vedere che hanno un assorbente in mano proprio non le capisco), entri, ti posizioni nella tipica posizione del lottatore di sumo pronto all’attacco (ottima per rassodare glutei e esterno coscia),levi, svuoti, e poi dopo esci con il tuo bello imbutino per lavarlo, spiegando alla signora che sta davanti al piattino delle monetine, che non, non hai partorito nel bagno, è solo un nuovo strumento per contribuire alla crisi dei rifiuti in Campania. Poi dopo,  rientri in bagno e te lo rimetti. Nel frattempo ignoriamo cosa sia successo la sotto, tanto poi potrai sempre usare la cenere del camino per fare un detersivo biologico per lavare le tue mutandine. Ma visto che userai mutande di cotone biologico non sbiancato artificialmente, chi vuoi che se ne accorga se rimane l’alone.

 

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martedì, febbraio 05, 2008 15:14

Non è Carnevale senza corona

 

Dicono che io sia una ragazza fantasiosa. Sarà. Ma da quando ho coscienza di me stessa,  non riesco a concepire vestito di Carnevale che non ruoti attorno a tre figure archetipe

  • Principessa
  • Fatina
  • Santi, Madonne e angiolilli varI

(se si esclude il periodo delle medie in cui se non ti vestivi da punk eri fuori dal tunnel del divertimento)

E’ Carnevale, quindi devo potermi mettere o una corona, o una ghirlanda di fiori o un’aureola in testa. E una gonna di tulle tanto larga da non passare per dentro le porte, possibilmente.

Odio vestirmi da strega e diavoletta, per non parlare dei vestiti da animali di peluche. Gira gira, il mio obiettivo ultimo è sempre  assomigliare a Cicciolina.

A pranzo ho tirato giù dall’ultimo piano dell’armadio a muro lo scatolone dei vestiti di Carnevale (anche se in genere va a finire sempre che mi metto qualcosa del mio armadio normale). Tra puzza di umido e macchie di muffe ho tirato fuoi un vestito di taffettà blu indossato alla tenera età dei ventuno. Stretto in vita, scollo a cuore, gonna aparata più corta dietro. Trattenendo il respiro ho chiuso la cerniera dietro. Mi va.  

Meraviglioso.

Quest’anno mi vesto da principessa cow-boy.

Boots da cow-girl che non si portano più ma mi piacciono tantissimo e giubbottino di pelliccia marrone.

( E con questa trovata geniale delle 14 e 10 ho risolto il problema di ogni vestito di Carnevale. Che scarpe mi metto? E che cappotto sopra?).  

(in realtà io volevo vestirmi da Ambra, ma non ho trovato più la tutina blu elasticizzata con il riccio a quadretti vichy sulla scollatura da abbinare alle superga col tacco. Ma anche se l’avessi trovato al massimo me la sarei potuta infilare su un ginocchio)

 

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domenica, febbraio 03, 2008 11:52

Del ristorante macrobiotico

Prima di tutto, sono lieta di comunicarvi che la dieta povera di carboidrati funziona.  Sono sotto i sessanta e metto ijeans che non mettevo da un anno. A pranzo mangio riso, cerali, farro e altra roba per galline con le verdure, la sera carne o pesce con verdure.  Barrette alle fibre 77 kl negli attacchi di fame e il sabato spaghetti con le vongole a pranzo. La domenica carboidrato libero.
Tanto sto bene, che, approffitando subdolamente del mio stato dietetico, ieri sera che fu pensarono bene di portarmi al ristorante macrobiotico.
Premessa.  Chi è di Napoli conoscerà sicuramente l’ex-Arcobelano Fiammeggiante o ora Sorriso Integrale. Eccolo. Diciamolo chiaramente. Io quel posto lo odio. Cioè. Mi piace solo quando sto a dieta e non posso mangiare la pizza. Odio la gente che mangia e dice “uhm, senti che buono, il sapore vero delle patate!”. Ecco, io ogni volta che qualcuno attorno a me dice, senti che buono il sapore vero” in quel momento sto pensando che se quelllo è il sapore vero io preferisco il sintetico. Odio i pacchi di riso appessi alle pareti coltivati da indegeni del Sud della Thailandia seguendo i principi dell’agricoltura biologica e del coorporativismo sociale con il campo orientato a Sud seguendo le regole del feng-shui. Odio la parola “chakra”  (o come si scrive, sicuramente il saccente di turno me lo dirà nei commenti) e per tutta la vita voglio tenermi i miei chackra bloccati.  Odio l’artigiano in legno povero e i gioielli etnici. Ma fatte tutte queste premesse io sono una che si adatta e gradisce la verdurina biologica che le permette di uscire a cena senza sensi di colpa
Cmq. Il fatto era partito che si doveva andare al giapponese. Molto felice. Il sushi fa meglio ancora della verdurina biologica e contiene ancora meno sensi di colpa e più omega tre. Ristoranti giapponesi tutti pieni. Andiamo al macrobiotico? Andiamo al macrobiotico. Somma gioia del ragazzo natur-geek che non tocca né carne né pesce né cozze dall’età di anni tre. Ma al chè:“No, Albè – si sente dal sediolino di dietro- lasciami qua che a me il macrobiotico mi fa troppo schifo, vado a mangiare a casa e ci vediamo dopo”. E l’amico abbandonà la comitiva alla sola parola macrobiotico”. Io faccio: “Albè, ma che è sta macrobiotica esattamente?”  E lui: “E’ una sottocartella del vegetarianesimo, loro non mangiano latte, formaggi, uova e zuccherri raffinati”  “ E che se magnano?”  “Cereali, farro, miglio, alcuni tipi di verdure ma non le patate e le melanzane, per esempio”. Poi qualcuno mi dovrà spiegare cosa hanno fatto le povere melanzane per non essere degne.  Cmq. Arriviamo a sto centro culturale per la diffusione della cultura macrobiotica nel mondo. Appena entri le solite cascettelle di legno con dentro le verdure dell’orto (come se non venissero pure loro da Marigliano) e gli scaffarli con il riso, i cereali e le marmellatine biologiche. E fino a qua. Ma qua si raggiungono vette elevatissime: assorbenti biodegrababili per non inquinare il mondo con venti assorbenti lines seta ali al mese che in più hanno anche la cartina di plastica, dentifrico all’argilla per un alito più fresco, shampoo alle olive per capelli morbide e lucenti. Alle pareti cartelli intimidatori che invitano “qualora si possedesse un telefono cellulare” a lasciarlo spento, a “moderare il linguaggio” , a “lasciare fuori le idee moderne”. Un po’ impaurita mi siedo e ordino quelle che ordinano tutti gli altri. Quando il cameriere con il papillon rosso mi chiede cosa voglio da bere non so proprio che rispondere. Ho paura di fare brutta figura chiedendo una birra. Dico acqua. Mi chiede “a temperatura ambiente o di frigo?”  Dico ambiente perché mi sembra più macrobiotico. Gli altri berranno thè caldo e succo di mirtillo. Ora dico, ragazzi, io vi voglio bene, per piacere, ammettetelo che vi siete bevuti quel thè caldo sopra il mangiare solo per fare i tipi buoni al macrobiotico. Niente riuscirà a convincermi che davvero vi piaccia il thè caldo bevuto sopra la zuppa!
Cmq. Mangio una cosa liquida che aveva un vago sapore di non c’è male e un piatto di riso e verdure misto. Buono. Ma poi, non lo so, chi mi ha cecato, mi piglio il dolce. Ora Camilla. Come hai mai potuto pensare che potesse uscire un dolce decente in un posto dove non si usano latte, uova e burro? Arrivano certe palline di cioccolato. Amica di fronte “che buone, il vero sapore della cioccolata”.   A me, non lo so perché,  danno solol’impressione di un sapore sanguinolento. Per la prima volta nella mia vita lascio un dolce al cioccolato. E cmq, io vi dico,cari macrobiotici il vero sapore della cioccolata è quello dei kinder.
( cmq per onestà vorrei dire che ho comprato un pacco di pastelli colorati biologici a forma di tronchetti. Ma ci stanno così bene sulla mia scrivania nuova!)

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martedì, gennaio 29, 2008 10:10

Habemus Mac

E fu così che una sera come tante altre, facendo slalom tra i sacchetti di munnezza per tornare a casa, nel primo quadrante in alto a sinistra, scoprii la prima punta del mio primo molare del giudizio.
Anni ventotto. Due ore versavo goccioloni salati e ormonali per la mia conclamata mancanza di giudizio.
( questo non ci appizza niente con il post ma lo volevo scrivere)

Il fatto che volevo scrivere era questo.
Sabato al fine ci recammo alla Fnac per l’acquisto del sospirato Mac. Il rinomato magazzino posto al centro di Napoli e non in qualche hinterland uscita Casoria con mega parcheggio, fu scelto in quanto un anonimo commentare di questo blog, che chiameremo GT, aveva millantato di un favoloso sconto del 5% per i possessori di carta soci. Ovvero cinquanta euro, ovvero un mese di palestra o venti magliette di H&M.   Tale prospettiva ci portò, nella più totale incoscienza ad affrontare il traffico del Vomero il sabato pomeriggio. Roba che parcheggiare ad Amalfi il giorno di Pasquetta sarebbe stato più semplice. Dopo un’ora e mezza contata di giri mettiamo la macchina in un parcheggio privato e dopo aver schivata bande di emo e gropuie dei Tokyo Hotel in libera uscita entriamo e puntiamo diritti al bancariello Mac. I commessi vestiti da meccanici mi rimandano direttamente al commesso Mac dedicato. Immediatamente riconoscibile come mio collega di università. Immediatamente identificato con il nome di “Friariello”.  Successivamente nominato con “Ciao Alessandro”, dopo furtiva occhiata alla targhetta. E il caro Friariello mi comunica immediatamente che no, non ho diritto allo sconto. Per il Mac più economico della gamma Mac non è previsto sconto. Ma ormai drogati di traffico e folla non potevamo fare altro che prenderlo e fuggire. Dopo un’ora passata a scegliere il portamac più glamac di tutti.
Ora, dopo aver impostato la combinazione di tasti per aprire subito la web-cam integrare e potersi mettere il lucidalabbra davanti al computer, mi chiedo ma soprattutto chiedo a tutti voi mac-geek:

  • Sto usando Office per Mac di prova. Ho provato a installare OpenOffice ma è troppo da smanettoni per me. Che vuol dire che per fare partire calc devo scrivere “soffice-calc” nella riga di comando? Dove sta ‘sta riga di comando? Che è quel coso con la X che mi si apre quando lo apro?
  •  Che faccio? Mi compro Office per Mac? Me lo scarico da Bit-Torrent? Lo vado a cercare al mercato del Buvero? Mi compro IMac?  Ci metto Windows e non se ne parla più?
  • Come faccio a mettere il Messanger con la web-cam? A che mi serve avere una web-cam potentissima se non la posso usare per il messanger? Ho provato aMsn ma è brutto! ( un consiglio ai designer: le web-cam è meglio montarle agli angoli, al centro ti fanno troppo la faccia chiatta, e mica posso sempre stare a chattare seduta di profilo tipo Lilli Gruber!)
  • Perché stamattina non mi si apre Messanger?
Altri quesiti in via di aggiornamento.
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lunedì, gennaio 21, 2008 18:23

Se non posso avere un Mac almeno lo voglio rosa
...
Da un paio d’anni sto a dire “ mi devo comprare un portatile nuovo”, da un paio d’anni mi passo la piastra nei capelli nell’attessa che si apra un file di word, da un paio d’anni mi compro piastre sempre più evolute invece di mettere da parte i soldi per il computer. Da un paio d’anni una volta a settimana guardo i prezzi dei mac book dal sito della Apple. 
Da un paio di settimane il computer a bell e buono si blocca in media quattro volte al giorno e manco ctrl al cancel. Bisogna spegnerlo a forza e aspettare una ventina di minuti prima di riaccenderlo.
Consideriamo poi al momento non ho un computer in ufficio e lavoro con il mio portatile (…)
Al che ho deciso che dovrò rinunciare al nuovo modello di Bellissima che oltre ad avere i ben noti cristalli di tormalina arriccia pure i capelli.
Ora. Hai 1049 euro per il Mac? No. Quanto sei disposta a spendere per il nuovo portatile? La domanda non è esatta.  Al massimo. Quando sei disposta ad indebitarti per il nuovo computer? Il meno possibile.
Ma,  se non posso aver un mac almeno lo voglio rosa.
E fino a qua.
Così, uragazza informaticamente normodatata ma che non sa cosa sia un centrino duo e quanta ram abbia il suo attuale pc, Così, dopo aver capito che non c’era verso di farselo regalare ,  chiede consiglio al suo ragazzo geek. Ma geek vintage.  Di quelli che nel segreto della loro stanza continuano ad usare Ms-Dos perché convinti che sia il miglior sistema operativo al mondo. Quelli che “gli mp3 non potranno mai avere la qualità di un vinile”: Quelli che girano con la macchina fotografica analogica “perché il digitale non potrà mai avere la stessa qualità”.
E qua comincia la guerra
“Perché devi prendere un computer rosa se allo stesso prezzo puoi aver un computer grigio molto più potente?”
“Non mi interessa, lo voglio rosa”.
“Ma questi hanno tutti Vista, poi devi contattare la Microsoft per farti fare il downgrade a Xp”
“Ma scusa, non mi posso tenere Vista?”
“Guarda, qua c’è ne uno che lo danno con Xp a richiesta”
“Sì, ma non lo fanno rosa”
“Ma poi ci metti gli adesivi sopra!”
“No, lo voglio rosa”.
 
In ogni caso il computer economico e  assistenziale prescelto è questo (l’unico disponibile in rosa nella sua fascia di prezzo)
 
Al momento scrivo sul bloc notes, che word non si riesce ad aprire, col portatile appoggiato a un paio di pacchetti di fazzoletti per tenerlo arieggiato,. E solo un applicazione aperta alla volta.  
Forse mi conviene diventare una di quelle che “le emozioni che riesco a comunicare scrivendo con la penna d’oca non le riesco a comunicare in digitale”. Mandatemi i vostri indirizzi, prossimi aggiornamenti via letterine scritte a mano su carta profumata.
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mercoledì, gennaio 09, 2008 20:54

Una cosa e

Dreaming carboidrati. Essendo che sono diventata un porcelluzzo 'e sant'antuon ( o per usare un'immagine più piacevole, una zeppulella)  andai insieme  alla solitacompagnella mia da un'amica nutrizionista lavorante in noto franchaising di dimagrimenti e fatti così.  Amica che pesa quanto me in terza elementare. Amica che ci pesa ( dato coperto dal segreto di stato e conservato nella camera segreta sotto la piramide del louvre in una cassaforte che si apre digitando la seguenza di Fibonacci, ogni numero diviso per p periodico) e ci fa l'analisi del grasso corporeo. Dopodiciò ci stampa una cosa che lei chiama dieta dove a pennarello scrive in verdana 18 punti NO PANE NO PASTA NO PATATE. Abbiamo cominciato lunedì mattina andando avanti a pesce scaldato con mezzo cucchiaio d'olio e verdure e la sera ci telefoniamo per darci coraggio durante le crisi di astinenza da carboidrato. Uno scialatiello endovena, please.

E due

Il comune di Piano di Sorrento festeggia i 200 anni. E lo fa in pompa magna piazzando un count-down digitale sotto il Comune. Che poi a me 200 anni mica sembrano tanti per un Comune. Anyway, qualche giorno prima manda un'ordinanza a uffici negozi scuole e ordina a tutti di stare tutti chiusi. Seguono messe, campane, processioni, incensiate. E pigliamo tutta la munnezza che sta in giro e ammucchiamolo dentro i vicoli così la piazza almeno sembra pulita. Il giorno prestabilito altre messe e altre incensiate. Mia mamma mi racconta di un altare con sopra cinquanta tra chirichetti e preti. E poi torta gigante e prosecco per tutti. Da sopra al balcone in questo esatto momento guardo la gente che torna a casa tutta contenta con i piattini di plastica con dentro la torta. Distributi ad occhio e croce un migliaio e più tra piattini, forchettine e bicchieri di plastica. Da sotto il ponte della stazione arriva l'odore di munnezza. Un cane scondinzola con un pezzo di busta di plastica tra i denti. Una macchina si accosta e scarica sotto al ponte una decina di sacchetti e cartoni di pizze familiari manco piegati. Fuochi d'artificio da dietro il campanile della chiesa. Duecento di questi giorni.

 

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mercoledì, gennaio 02, 2008 23:27

200TTIMO

Penso che fino a mo' si sia capito che a me le tradizioni piacciono tantissimo. E levatemi tutto ma non lo spaghetto a vongole ogni sabato a mezzogiorno e il presepe vivente la sera dell'epifania. Ma se c'è una tradizione che abolerei volentieri dal calendario è il pranzo di Capodanno. Non il cenone, il pranzo. All'una e trenta del primo gennaio. Quanti di voi hanno famiglie che hanno anche questa simpatica usanza?Poche, da un mio piccolo sondaggio. Ma a casa mia no. Dopo esserci seduti venti di noi attorno allo stesso tavolo alla vigilia di Natale, a Natale e la sera del 31, proprio non si può fare a meno di rivedersi tutti qualche ora dopo per il primo.
Un pranzo a cui tutta la cuginanza arriva schifatissimo e gradisce con un ruttino di consenso la sana Coca-Cola che tanto aveva denigrato nelle giornate precedenti, disgustata da prosecco e con la gola arrochita dal fumo.
A casa di mia zia il 1 gennaio si è mangiato: antipasto con muffin salati, polpettine, olive all'ascolana, insalata russa, formaggi e salumi vari, bis di  primi con crespelle imbottite e orecchiette con la salsiccia, arrosto di porco imbuttunato di mele e formaggio con contorno di crocchè e insalata di rinforzo. Zeppole, struffuli e roccocò. Dopo di che la cuginanza si abbatte in massa su due lettini e si fa quelle due ore di sonno nel pieno della digestione che assicurano uno di quei mal di testa da disgusto che non passerà neanche con le gocce di novalgina e benvenuti nel 2008.
Oggi palestra terme e minestrina di verdure. Ho bevuto due infusi alle erbe che poi nell'idromassaggio mi veniva da fare pipì e concentrata per resistere quanto più possibile in sauna così da espellere quanto più liquidi e tossine. Come se poi insieme al sudore evaporasse pure il lardo...


( Per la cronaca. La sera del 31 a casa mia è stata la sagra della cozza e del gamberone. A mezzanotte abbiamo fatto il conto alla rovescia con Carlo Conti ma il tappo dello spumante è saltato prima. La mezzanotte dell'anno nuovo non mi emoziona più come prima. POi come al solito ho cacciato il trucco e truccato tutte le mie cugine e messo lo smalto rosso a Paoletta che quest'anno andava per la prima volta a un veglione. Io sono scesa un po' in piazza dove c'era un concerto di tarante e pizzicate dove ho trovato merincontraria che ovviamente ballava come un'invasata sotto al palco con le castagnelle in mano. Poi siamo andati a un veglione acido che sembrava Carnevale ed era molto bello solo che siamo arrivati alle quattro ed erano tutti ubriachi e noi piuttosto lucidi e c'era già gente che strippava in bagno. Però alla fine mi sono divertita, considerato che io il Capodanno lo schifo e lo odio e ho sempre la tentazione di andare a dormire a mezzanotte e dieci)

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lunedì, dicembre 31, 2007 12:04

E sarà anche bisestile

I numeri dispari mi sono antipatici. Punto sempre sul pari, la simmetria, la divisione senza resto, il senso di compiutenzza Il 7 che tanta gente ha come numero preferito non mi piace,è secco secco e non chiude. A me piace il 4. il porco, il girno in cui sono nata. E più di tutti mi piace l'otto. Tondo tondo, palindromico e infinito. 2008. Quatto letter belle chiatte chiatte. Nemmeno un numero a bastone. 8 come 80, l'anno in cui sono nata, primo di un decennio florido e ricco, in cui si poteva andare tutte le settimane al ristorante. Otto come il primo numero che ho imparato a scrivere, due cerchietti uno sopra all'altro e poi senza mai staccare la penna dal foglio, pagine e pagine già persa nell'ipnosi del segno infinito. Otto come il nastro di Moebius, il nastro con un solo lato che costruivi secondo le istruzioni del Libro Segreto degli Gnomi ritagliando strisce enormi di carta stesa sul tappeto del soggiorno negli inverni che cominciavano con otto. E ore e ore a colorare coi pennarelli i nastri senza mai staccare la mano dall'otto.
E quest'anno saranno 28. Gli anni che aveva mia mamma quando sono nata io.
E buonotto a tutti.

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martedì, dicembre 25, 2007 21:15

X-MAS
 
Camilla F. (1980-vivente) Ragazza pervarsa dallo spirito natalizio e dal fantasma dei Natali Passati, usata come consulente da tutta la famiglia per la sua bravura nel fare i regali.  
...
Anche quest’anno è andato tutto bene. Io ho avuto un cappellino, un maglioncino, un paio di completino sexy da mia mamma che non ce la fa più a vedermi solo con le mutande di hello kitty e un cellulare rosso. La sera della vigilia come al solito tutte le mie cugine hanno cacciato le pinze dalle borse per legarsi i capelli e cercare di far assorbire il meno possibile l’odore del pesce fritto. Io come al solito sono stata quella più disinteressata al fatto di avere i capelli all’odore di baccalà. Come al solito ci hanno messo, a noi cugine zitelle, su una tavoletta aspartata, e al posto del vino al centro ci hanno messo una bottiglia di Coca-Cola anche se abbiamo in media 27 anni. Il momento più confuso come al solito è stata la scolatura degli spaghetti che devono essere al dente ma non tuosti, e il loro successivo versamento dei piatti con l’olio delle vongole che schizzava da tutte le parti. A tavolo come a solito si è parlato male dei parenti che non c’erano e si è ricordato di quando eravamo piccoli e a Natale facevamo la recita di Fantaghirò. Poi, dopo  le nucelle e le zeppole le parole si sono fatte stanche e allora siamo andati tutti nella stanza da letto per fare la processione. Mia nonna ha distribuito una candelina rossa a testa e ha messo il bambinello in mano a mia cugina Paola che è la più piccola della famiglia anche se ha 19 anni, l’età in cui sua mamma ebbe la prima figlia. Abbiamo accesso le candeline coi cerini e come al solito tutti abbiamo cominciato a ridere e mia nonna a incazzarsi a dire che non dovevamo ridere perché la processione del bambino è una cosa seria. Allora mia cugina Paola ha soffocato le risate e intonato Tu Scendi dalle Stelle, che lei è l’unica intonata della famiglia e va pure a scuola di musical. Tutti incolonnati abbiamo fatto il giro della cugina tra i piatti sporchi e poi visto che la casa è piccola siamo subito arrivati davanti al presepe dove nessuno si ricordava le parole della terza strofa, quella di “Caro eletto, pargoletto…” Allora Paoletta ha messo il bambinello del presepe e ognuno di noi ha fatto colare un po’ di cera sulla carta a montagna per mettere la propria candelina davanti alla grotta. Mia nonna si è messa a piangere e come ogni anno da venti anni ha detto “pensatemi l’anno prossimo quando non ci sarò più”. Poi le zie si sono messe a fare i servizi e noi cugine ci siamo sedute sul divano pensando a quando toccherà a noi. Già lo so che io finirò a friggere il baccalà. Allora io ho chiamato alla socia e le ho detto "mi sento proprio come in quel pezzo di Marco Lodoli che tu citi sempre".
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lunedì, dicembre 24, 2007 11:37

E mai Santo Stefano
 
L’anno scorso, da queste parti, si respirava un clima da ballata del fantasma dei Natali passati con patimenti e struggimenti vari. Quest’anno non ho messo su neanche il template natalizio. Troppo impegnata a ritagliare pupazzetti di panno lenci da incollare sui pacchi regalo. Non sono, come mi auguravo di essere, al Rockfeller Center a pattinare ma ho avuto i fiocchi di neve e i vetri appannati dal freddo.
E ridere insieme mentre accovacciati per terra si cerca di impacchettare un regalo troppo grande. Una festa aziendale di Natale senza discorso e senza risatine imbarazzate ma solo con fette enormi di pandoro spalmate di nutella e leccata libera al coltello. Il portabagagli della macchina carico di regali che il vaso per la mamma te lo devi tenere in braccio davanti.  E ancora ci saranno cioccolate calde e caminetti. E tombole e chitarre.
Ed era tutto quello che volevo. All I want for Christmas.
 
Buon Natale a tutti. E che sia sempre vigilia.
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