Di una solarità piovosa
Ho otto anni è novembre, una giornata grigia con una pioggia sottile che disegna il finestrino e sono sul sedile di dietro dell’alfa 175 bianca di mio padre ( la sicurezza è poter dormire sul sedile di dietro, dice Charlie Brown). Lucio Battisti dal mangiacassette canta: “ma che sapore ha una giornata uggiosa, ma che profumo ha una vita non spesa…” Io chiedo a mia mamma. “Mamma che vuol dire uggiosa?” E lei “Questa è una giornata uggiosa”. Fisso le gocce che scivolano sul vetro e mastico la parola uggiosa, già sentendo un’intima concordanza
( Dal mio taccuino di dodicenne- Le mie parole preferite: presagio, settentrione, speranza, nostalgia, violino, boreale, miriade, uggiosa, driade)
Treni freddi, mani rosse semi-congelate, sigarette malinconiche, un incantesimo incrinato, aspettare il tram del ritorno sentendosi con in poster di claudio baglioni, il caffè nei bicchierini di carta. Le dieci del mattino le sei e mezza della sera. Dover fare otto telefonate, odiare telefonare. Gli occhi rossi, i piedi gelati come al solito, il burro di cacao, fogli dispersi, la mia scrittura contorta, che cacchio ho scritto qua? Lo spleen che si infila come gas nervino da sotto gli infissi delle finestrelle di alluminio.
Mi infilo in un bagno caldo, di quelli così caldi che ti bruci ad infilarci dentro. Pieno di schiuma morbida all’iris. L’iris che sa di borotalco. Ci resta dentro fino ad anestetizzarmi, ci resto dentro a farmi calare la pressione.
La felicità è un accappatoio caldo e il cuscino che ci puoi infilare i piedi dentro dell’ikea messo a scaldare sul termosifone mentre fuori piove.E una fetta di torta cioccolato e nocciola.
(Ma possibile che non riesca a trovare un compromesso tra decadenze post-adolescenziali e chick lit pretrentenni?)
Tassonomia d'accatto del sabato mattina
La legge Sirchia ha portato due conseguenze importanti: la diminuzione del numero di sigarette fumate ( attenzione, non dei fumatori) e l’innalzamento del tasso di solidarietà tra i fumatori.
Nascono nuove amicizie e nuovi amori, oggi, tra fumatori. Perché se prima la sigaretta poteva accompagnare il normale svolgimento della vita quotidiana tipo, scrivo un articolo e mi fumo una sigaretta, oggi la sigaretta indica pausa, e in genere pausa condivisa, nel freddo di uno scalone o affacciati alla finestrella come carcerati nell’ora d’aria. Diffido da chi non fuma, chi non fuma lavora di più perché non ha la scusa per la pausa. Per lo stesso motivo diffido da più chi non beve caffè. Diffido dai bevitori di succo di frutta, diffido da chi mangia sempre in ufficio. Diffido da chi non perde mai un treno e da chi nel treno fa le parole crociate. E diffido anche dai fumatori di marlboro light. Sigarette da chiattille. Ma non diffido da chi fuma marlboro rosse, la sigaretta di chi non ha paura di farsi male. Diffido da chi fuma Merit, scelta banale, mi è simpatico chi fuma le Davidoff, la sigaretta antipatica per eccellenza. Nonostante il new look bon ton io continuo a fumare Camel Light, perché il pacchetto col cammello è il più bello di tutti e dà sempre il giusto tocco fricchettone. Ma oggi torna mio padre, e con lui varie stecche di Ms. E quindi fumerò Ms, cosa che non mi dispiace, la gente mi chiamerà la ragazza con la gonna e il cerchietto di perline che fuma ms come un muratore (l’incoerenza salvifica). Diffido da chi fuma le sax o altri pacchetti da due euro, diffido da chi non perde mai l’accendino e diffido da chi fuma camminando.
Quando il cielo pesa grave e basso sull’anima gemente in preda a lunghi affanni…
Non credo di poter resistere per 40 anni di contributi (che manco ho cominciato) a questa condanna centellinata ogni mattina. Essere strappati dal mondo ovattato e felice del piumone per essere sbattuti in treni impregnati di odori di tristezza e squallore, tra ombrelli sgocciolanti di noia.
E arrivare qua e avere solo voglia di fissare le gocce che scivolano sui vetri scommettendo mentalmente su chi arriva per prima al davanzale rompendosi con un piccolo plof.
On air ( on my mind) Samuele Bersani-Conforme alla Cee ( "Ho calcolato col pallottoliere tutte le ansie che in un giorno riempino il bicchiere fino all'orlo ma poi la bocca le beve...")
Un venerdì sera nella Sorrento bene
La mini cupper che ci precedeva nello stretto vicolo verso il locale ci avrebbe dovuto far capire molte cose. Nicola l’aveva detto subito: “guagliò, qua stanno con le mini cupper, addò ci stiamo arrisicando, jà, gira e iammuncenn da Michelangelo” (bettola ricavata dal piano di sotto di una salumeria dove l’umido fa crescere i funghi sui muri e dove il bar non ha manco l’amaretto di Saronno), Cmq, no, io non ho nessuna intenzione di girare e tornare indietro .Dobbiamo andare da Fidelio e da Fidelio andremo. Il primo sbarramento alle porte guarda un po’ schifato la mia matiz tutta ammaccata e chiede “ Ragazzi, l’ingresso è limitato, potete entrare solo se siete nella lista.”
Camilla dal sediolino a fianco al guidatore dove era stata piazzata essendo troppo sconvolta per guidarela pop-car già all’andata guarda il tipo e comincia a fare: “ siamo nella lista di Conny, sono la cugina, cacchio, non mi vedi che sono tale e quale? Da piccole ci scambiavano sempre per gemelle!”. Il tipo resta dubbioso ma ci fa passare. Che poi è vero che io e conny siamo tale e quali solo che lei è la cugina buona e io sono la cugina sbandata, o almeno fino ad adesso è sempre stato così, ma ora è lei che tiene il locale con il nome di un puttanaio e con i letti a baldacchino piazzati dentro, mica io che ogni mattina mi alzo presto per andare a lavorare, io giovane stagista tartassata durante la settimana in cerca di un po’ di sano divertimento il venerdì sera. Purchè sia sano, intendo dire, una pizza con gli amici e una coca-cola, al massimo una canzone al karaoke. Io al karaoe canto sempre Brivido Caldo dei Matia Bazar ( non è assolutamente vero sia chiaro, nella mia vita non ho mai cantato al karaoke, neanche nelle peggiori ubriacature e la coca cola manco mi piace). Cmq eravamo rimasti al parcheggiatore che fa passare questa macchina con dentro una ragazza completamente svanvolata che si preme un cubetto di ghiaccio avvolto in un fazzoletto sotto gli occhi per riuscire a recuperare uno sguardo sano e sostenibile e questi tre tipi che hanno tutta l’aria di essere i suoi violentatori tra cui uno strano ceffo che indossa un cintura di glitter argentati con perline degli indiani navajo e piume nei capelli. Entriamo nel villone e il mio primo pensiero è “ammazza, si è fatta i soldi mia cugina"! Il locale è come quelli che si vedono negli opuscoli: “guida al cosmo divertimento: 100 indirizzi dove cuccare con le amiche e incontrare mr right.” Divanetti bianchi, luci rosse, un letto a baldacchino piazzato in mezzo al locale. Lounge, molto lounge, pure troppo. Sguardi di odio saettano dagli occhi di quei tre grezzoni dei miei accompagnatori, ma quelli non sono in grado di apprezzare la chiccheria dei posti dove li porto, Io donna di classe attenta a tutti i trend più fashion dell’autunno 2006, una persona giusta che frequenta i post giusti. Invece di ringraziarmi. Ovviamente la prima cosa da fare appena entrati in un locale e guardarsi attorno per vedere chi si conosce ed andare a salutarlo platealmente. Voglio dire, non sei nessuno se entri in un locale e non cominci a gridare da un angolo della sala a all'altro: “ Stronza! Anche tu qua?” E lei di rimando: “Troia, da quando tempo!” e lasciarsi in un abbraccio lesbo-soft al centro della sala. Il lesbo-soft è un trend intramontabile penso. Beh, cmq non ci sta nessuno che conosco, però conosco il barista. E non c’è conoscenza migliore se non il barista. E così dopo un paio di giri comincio a sentirmi nel mood giusto e a baciare e abbracciare amiche di treno delle 8 e 27, compagni di tram n1, amiche del cuore con cui non parlo da mesi. Bello, bello, bello. E finalmente arriva la compagna Alda Fusco, con cui esibirmi anche io in un abbraccio lesbo-soft. E ho anche un amichetta per andare in bagno. Intendiamoci, io sono capacissima di andare a fare pipì da sola, ma se vai a fare pipì da sola le altre ragazze in bagno ti guardano come se fossi un’appestata, una poveretta che non ha manco un’amica per andare in bagno. E poi la condivisione della pipì, la ritirata strategica in bagno è uno dei momenti saldanti delle amicizie femminili. Beh, cmq i tre uomini si sono dispersi e io mi faccio una ballata con l’amica Fusco che era dai tempi del Lost&Found dell’inverno finlandese che non me la facevo. Anche se i maniaci finlandesi, quelli che ti si mettono dietro al sedere mentre balli e incominciano a dimenarsi come dervisci in amore, battono
P.S. Non ho alcuna intenzione di rileggere i post che scrivo, quindi declino ogni responsabilità per errori e svarioni vari i sensi della legge 679/2003.
Parental advisor: questo post rappresenta pura invenzione letteraria.
La gente mi chiamerà “la ragazza che scrive sul treno”
Questo è un post serio (ma anche no)
Questo post è liberamente ispirato da una conversazione avvenuta sul mio attico privato alle cinque e mezza della sera con il mio amichetto di sigarette tra voli imprevedibili ed ascese velocissime di stormi cittadini e la luce azzurrina della sera. Il compagno G,.B. sosteneva che la scrittura a mano fosse più fluida di quella digitale, la compagna C.F sosteneva invece di sentirsi bloccata nello scrivere a mano. Sul treno della sera che la riporta a casa lei pensa a quanto tempo non prende una penna in mano per scrivere realmente, e non per prendere incomprensibili appunti durante un’intervista telefonica che poi avrà difficoltà a decifrare e butterà via scrivendo l’intervista a memoria.
Sono due anni che ho un blog e sono due anni che ho un computer portatile. Sono due anni che non scrivo una pagina di diario vero. (se si escludono certe pagine vergate in una notte su un battello rompighiaccio tra
E sono quasi due anni che scrivo solo quadretti un po’ divertenti o al massimo nostalgico-evocativi senza andare a scavare e a farmi male con la vera scrittura. Perché la vera scrittura, quella a penna buttata di getto sulle pagine di carta è dolore, è fatica, è scrutarsi dentro con occhio crudele, è il coltello con cui scavi dentro te stessa. Non è scrivere di shopping e avventurelle comiche. E’ fare i conti con il proprio dark-side e illuminare cose che preferiresti non vedere.
E mi sono resa conto di non fare questa opera di messa in luce da troppo tempo. Allora stamattina al posto del solito giornale patinato ho infilato nella borsa la mia vecchia smemoranda nera e appena salita nel treno l’ho aperta e ho cacciato la penna. Il treno è un buon posto per scrivere. E’ un luogo letterario ed evocativo. Anche se è un treno di pendolari. Mi sono grattata un po’ il mento con la penna e mi sono resa conto che mi faceva male scrivere. Non ci riuscivo. Era troppo difficile. Io che a quindici anni ogni mattina mentre i prof spiegavano riempivo facciate e facciate di fogli protocollo con l’analisi lucida e spietata dei turbamenti della giovane Camilla. Io che sono guarita da un amore e che mi sono innamorata grazie alla scrittura. Io che scrivevo coi pastelli colorati sul muro “ La parola troneggia sovrana sulla vita ignara e muta”. Ma insisterò. Magari nel treno della sera con i palazzi illuminati che scorrono fuori i finestrini. Magari sul terrazzo sotto la prima stella della sera e le speranze che scendono dal settentrione. Magari in una sera d’inverno sotto le coperte e fuori gli inverni delle favole dove si visse insieme senza saperlo. Ma è ancora tempo di parole. E c’è bisogno di parole incise nella carta e non codici binari che spariranno alla prima formattazione.
E poi scrivere sul treno farà di me una ragazza decisamente affascinante e tutti i pendolari si innamoreranno di me. Mi chiameranno la ragazza bionda che scrive sul treno. E se mi chiederanno cosa sto scrivendo dirò che sto finendo il mio primo romanzo e ho già un contratto con Adelphi. I libri della Adelphi sono sicuramente quelli più raffinati. Dovrei studiare un sistema che mi permetta di mascherare da Adelphi i libri chick lit. Ora basta perché questo doveva essere un post intelligente e stiamo già degenerando. Vado a dormire perché bisogna dormire almeno 8 ore al giorno per prevenire la formazione delle rughe.
La gente mi chiamerà "La ragazza che profuma di chanel"
Considerando che non si può odorare per tutta la vita di pink sugar acquolina e spruzzarsi ogni mattina il dove del discount è quanto di più triste si possa pensare ho deciso di dare compiere una nuova tappa verso la mia marcia verso l’essere una donna sofisticata e di classe e decidermi finalmente a compare un vero profumo. Però se me lo regalano è meglio. Una vera donna di classe ovviamente indossa solo profumo Chanel. Il mio piano di battaglia è quindi andare domani da Sephora e farmi spruzzare allure, chance, coco mademoiselle e chanel n5 sulle striscette di carta e odorarle a intervalli regolari nel pomeriggio per decidere quale mi piaccia. Dopo un accurato studio sul web credo che però allure sia quello che fa per me. Chance è troppo nuovo e non è raffinato usare un profumo all’ultima moda, coco mademoiselle mi da un’idea un po’ troppo barocca e chanel n5 forse è troppo per una venticinquenne. Non so, credo che dovrei avere almeno trent’anni per indossare chanel n5. A quarant’anni ovviamente indosserò solo Chanel n5 e avrò anche le creme per il corpo coordinate. Comprerò creme costosissime e voluttuose e non più la nivea al supermercato. Avrò una collezione di golfini di cachemire e occhiali da sole Giorgio Armani. Non farò mai più colazione al bancone del bar ma esclusivamente seduta sui tavolini. E non prenderò mai pi il tram ma girerà solo in taxi. Avrò un’assistente con il solo compito di accendermi le sigarette visto che io non sono capace e perdo sempre gli accendini e la perdita quotidiana di un accendino mi stressa non poco. E poi avrò un ufficio mio dove potrò fumare davanti al computer mentre un massaggiatore tailandese mi scioglie i nervi contratti dietro le spalle. Ah dimenticavo, io a quarant’anni non lavorerò affatto. Scriverò un paio di articoli al mese per qualche periodo patinato e avrò la limousine che mi passa prendere per accompagnarmi alle sfilate. Ok. Stop. Chiudiamo i deliri di onnipotenza. Quello non è colpa mia. Non è colpa mia se sulla strada dalla fermata del tram al lavoro incontro nell’ordine: Louis Vuitton, Tod’s, Damiani, Prada, Gucci, Cartier, Cesare Pacciotti, Salvatore Ferragmo, Giorgio Armani. Se ogni mattina passassi davanti a Conbipel, Phard, Benetton, Coconuda non darei adito ogni mattina ai miei sogni di lusso più sfrenato, ecco. Mi conterrei e farei sogni sotto i cento euro. La realtà è che mi sto trasformando in una pereta completa. La realtà è che il livello culturale di questo blog ha raggiunto i minimi storici. La realtà è che scrivo cose troppo intelligenti ( muah ah ah!) durante il giorno per fare altrettanto la sera. Secondo me è troppa chick lit. Prometto solennemente che domani mi compro un libro vero. Lo giuro. Dopo essere andata da Sephora a farmi spruzzare di chanel. ( la gente mi chiamarà la-ragazza-che-profuma-di-chanel) .Certo sono proprio fortunata a essere nata donna. Essere uomo deve essere mortalmente noioso.
Io confesso
Ho comprato "I love shopping", capostipite della funesta serie chick lit, la collana di letteratura per pollastrelle, l'evoluzione trendy e cosmo degli harmony. Categoria che aborro profondamente ma che leggo goduriosamente in bagno e nel treno. Cercando di ammacchiare la copertina. L'ho tenuta sotto la giacca fino al momento di pagare e ritornata in redazione ho cercato subito di correre nel mio solaio e metterlo al sicuro in borsa prima che qualcuno mi chiedesse "Che hai comprato da Feltrinelli?" Ovviamente mi hanno acchiappato in tre e ho dovuto cacciare l'infamante testo dalla copertine rosa spiegando che l'avevo preso solo perchè è ottimo per il treno e perchè era in offerta. E perchè è la storia della mia vita: la storia di una che vorrebbe diventare caporedattrice della bellezza di un mensile femminile e invece scrive sulle colonne di Soldi&Risparmio. E che ha la mania dello shopping. Ma io non ho la mania dello shopping. Non è affatto vero che preferisco non mangiare pur di comprarmi l'unico rossetto lucidalabbra a lunga durata. O un libro che si chiama I love Shopping.
Dell’odio verso le commesse di Sephora
La commessa di sephora è un essere malefico per definizione. Credo che le formino in seminari intensivi di distruggi fiducia. Appena entrata ti farà notare come avresti bisogno di salviettine antilucido e correttore per le occhiaie, quando poi tu le dici che vorresti solo un ombretto nei toni del grigio-celeste magari duo lei immediatamente ti dirotterà verso gli scaffali Chanel e Dior. L’ Oreal e Rimmel fanno proprio così schifo? Quando poi le fai notare che vorresti qualcosa di più economico ecco che prontamente ti dirotta verso Collistar mentre tu provi a dirigerti verso Deborah. Alla fine trovi il colore che dici tu in un onesto duo di Pupa, ma mentre giri alla ricerca di offerte speciali la malefica ti ha già riacciuffato spingendoti a provare un rossetto miracoloso che in 28 giorni ti aumenta il volume per le labbra di tre millimetri e attenua le rughette nella zona labbra. Rughette? Io ho 25 anni ma ne dimostro 18, maledetta commessa, hai appena violato la sacra regola dell’ordine delle commesse facendo sentire la cliente più vecchia e insinuando che avrebbe bisogno di un trattamento antirughe. Ma davanti alla sua filastrocca su polimeri poliespansi e grassi idrogenati rimango incantata e lo provo. Ma non era difficile, visto che io proverei anche una lozione per la crescita miracolosa delle sopracciglia agli estrogeni solo per pura curiosità. Fatto sta che appena tre secondi dopo essermi messa il malefico lucido le labbra cominciano a bruciarmi e a gonfiarmi. Corro a specchiarmi nell’ascensore convinta di essermi trasformata in Loredana Lecciso ma per fortuna sono ancora normale. Con un labbro inferiore vagamente africano. Il suddetto gonfia labbra costa trenta euri. Col cavolo che spendo trenta preziosissimi euri per un coso che ha lo stesso effetto della siringa di un dentista. Resto fedele allo strawberry fool n 310 di L’Oreal a 6.90 euro. Con sopra il lucidalabbra al cioccolato. Però un campioncino me lo potevi regalare, malefica commessa. E cmq ho visto una tipa che si comprava una crema snellente per le braccia di 210 euri.
Sempre a proposito di donne di classe...

Vorrei chiedere al gentile pubblico femminile ( ma anche maschile o meglio ancora gaio) un parere su tale camicetta. Modello stretto stile un po' orfanella (ho preso la 38 per accentuare l'effetto), fantasia un po' vintage un po' cotonina della nonna, color celestino spento con disegnini viola smorto, passameria in velluto liscio grigio economico nel senso che è velluto solo da un lato. Io l'ho amata subito perdutamente e ho rinunciato al pranzo e al vanity fair da treno del venerdì sera per potermela comprare ( Nel corso della giornata poi ruberò una fetta di torta di compleanno al puffo sul tavolo non ancora sparecchiato di un convegno, insieme a una mezza bottiglia di spumante che ho trafugato e mi sono portata nel mio solaio ubriacandomi in solitaria alle due del pomeriggio. Allo stesso modo trafugherò poi dalla sala lettura qualche bell'allegato patinato scelto tra i più panciuti. Ho preso anche un romanzo per sabato e domenica dalla libreria ma non lo dite a nessuno, tanto lunerdì lo rimetto a posto) Tornando alla camicetta, Jaffa dice che sembro la signorina Rottermaier, ma quello è un grezzone e tamarrone. A proposito, per tutti i fan dell'uomo del coltello e del basco rosa, qui il suo nuovo video.
Gira la moda
L’autunno-inverno 2005 si annuncia come la stagione caratterizzata da una delle più oscene mode che si ricordi dal 1983 in poi, seconda solo al fuseaux con le ghette e i tacchi a spillo e alle giacche con le spalline. Stiamo parlando del terrificante bermuda sopra al ginocchio da indossare con stivali e giacchetta coordinata. Un aborto capace di far sembrare una tappa anche Linda Evangelista. Il pantalone sopra al ginocchio dovrebbe essere vietato per legge a chi è alto meno di un metro e ottanta e pesa più di cinquanta chili. E invece a Napoli viene indossato con orgoglio dalle peggiori frenzole dalla 46 in su, magari associato a un bel paio di boot di pelo bassi con i pon pon. Quelli capaci di far sembrare qualsiasi stangona Winnie Pooh. Stivali che sembrerebbero avere un senso solo se indossati in Lapland nel mese di gennaio. E invece vedi ste tipe tutte orgogliose indossarli a Via Chiaia a ottobre con 25 gradi all’ombra. Orrore e raccapriccio.
(Dico così solo perché sono invidiosa e vorrei comprarmi un bermuda turchese a quadrettini da abbinare a un paio di boot di pelo rosa ma la mia nuova consapevolezza di donna di classe non me lo permette. Invece mi comprerò un mini pull nero con maniche a tre quarti e scollo a v perché slancia e un paio di pantaloni scamosciati neri che risolvono qualsiasi mattina)
La mia notte bianca
E’ martedì sera, i piedi hanno smesso di farmi male e posso ora raccontare la mia notte bianca unendomi al racconto dei compagni blogger napoletani. Non che il mio racconto sia diverso dagli altri, accomuna il comune senso di fluttuamento, smarrimento perdimento tra la folla. E il non aver visto una mazza. Ecco. Io ero partita organizzata e entusiasta, mi ero fatta la mia cartina con l’itinerario, gli orari degli spettacoli, gli orari dei treni e tutte queste cose da femmina organizzata quale sono. Viaggio nel treno ancora al limite della normalità, tanto stavo seduta io, e se la gente si scannava e si incastrava tra le porte per salire, più di tanto non me ne importava, tanto io stavo seduta e parlavo con la signora di fronte che si trascinava dietro un marito che vistosamente avrebbe preferito sentire tutti gli lp di albano di seguito piuttosto che andare alla notte bianca. Arriviamo a Piazza Garibaldi e mi rendo conto delle proporzioni dell’evento. Voglio dire, io sono una che prende il tram n1 tutte le mattine alle nove, sono abituata alla lotta quotidiana per la sopravvivenza e non mi impressiono facilmente. Ma mi sono decisamente impressionata quando si è trattato di prendere la metropolitana. In miglia sulla banchina, centinaia di persone che non erano riuscite a infilarsi nel treno precedente. Senti i muscoli di tutti che incominciano a tendersi al suono del carro bestiame in arrivo. Gli occhi cominciano a lanciare saette. Il petto si gonfia. Io sono in prima fila. Il treno arriva. Mi rendo conto che appena il treno aprirà le porte sarò scamazzata. Il treno si ferma con le porte esattamente davanti a me. Monta la pressione alle mie spalle. Comincio a urlare: “ per favore! Non uccidetemi!”. E’ inutile. Il treno apre le porte e io in un attimo mi ritrovo dentro sotto la spinta della folla inferocita. Rimango con la faccia schiattata nel vetro di fronte alla porta mentre le porte non si chiudono perché c’è chi è fermamente convinto nella forza di osmosi della folla e non accenna a scendere perché non c’è più spazio. Mia cugina racconta di gente che minacciava con la pistola gli altri per farli scendere e infilarsi loro. Fatto sta che il tetris alla fine riesce, i bambini vengono issati nei portapacchi e la metro parte. Arriviamo a Piazza Dante ma non si può uscire dalla metro perché c’è troppa gente nella piazza, Ritorniamo a Piazza Cavour e arriviamo a piedi a Piazza Dante dove non possiamo fermarci perché travolti dalla folla. Praticamente senza camminare arriviamo a Piazza Plebiscito. Giri e giri e giri per cercare di riuscire a mangiare qualcosa. Fila fila e fila per fare pipì. Ancora giri per cercare di vedere qualcosa. Alla fine dopo tre ore di trascinamenti Camilla AbrahminaSimpson decide che non sopporta più la folla che è stanca e che vuole tornare a casa. Detto fatto. Da Piazza del Gesù arriva un attimo a piedi a Porta Nolana poi cerca di infilarti nel treno, aspetta che il treno parta cercando di trovare la tua porzione d’aria tra la folla inferocita, aspetta venti minuti a ogni stazione che si arripigliano le tre persone che svengono ogni cinque minuti. Dopo due ore di treno sei a casa. Capisci che è tutto molto bello, ma tu sei decisamente troppo votata alla vita casalinga per queste cose. Te ne rendi perfettamente conto la sera dopo. Il divano, la copertina, il film dell’orrore, le candeline accese, la cioccolata, il vino rosso, le bruschette, i crostini, la zuppa zucca e porri, la nebbia che piovigginando sale agli irti colli fuori alla finestra. Questa è la mia idea di notte bianca.
Abrhamina J. Simpson