Furbate da ricordarsi di non ripetere
- Mettere la macchina al parcheggio Brin. Dicesi parcheggio Brin un megasilos ubicato al confine tra Napoli Via Marina e San Giovanni a Tedduccio. Il salotto buono della città per intenderci. Tappa obbligata di ogni puttan tour che si rispetti. Sede internazionale di rammaggi, rapine a mano armata et similia. Dentro è il classico parcheggio dove vedi una donna aggiarsi sola nei film americani e dici "Toh, vediamo un po' se a questa la violentano solo, la violentano e poi l'ammazzano e l'ammazzano e poi la violentano". Soprattutto non mettere la macchina al parcheggio Brin la sera delle elezioni quando sai che prima delle dieci non te la cavi.
- Ma soprattutto. Quando lasci la macchina al parcheggio Brin non lasciare dentro la medesima il bigliettino con il piano e il numeretto. O almeno cerca di ricordare il numero. Anche solo il piano andrebbe bene. Non ti meravigliere se poi la persona che hai costretto ad accompagnarti fino a dentro la macchina ti chiede se hai un calendario a portata di mano.
Fare la giornalista non è un mestiere fashion
Credetemi ragazze iscritte a Scienze della Comunicazione che fate le collaboratrici esterne di un giornale locale. Fare la giornalista non è affatto un mestiere fashion. Lo so che Carrie Brandshow fa la giornalista, lo so che Becky Bloomwood di I love shopping et seguenti pure fa la giornalista, lo so che Andrea de Il diavolo veste Prada fa l’assistente di direzione e sogna di fare la giornalista, ma ragazzuole, credetemi, o lavorate a Cosmopolitan o rinunciate pure alla Jimmy Choo. Ora non voglio dire che io sia una giornalista, sono una specie di, e non voglio neanche dire che il 44 pagine dove sto sia un tipico esempio di giornale ma… Ma ascoltatemi bene. Qualsiasi giornalista di sesso femminile che incontri alle conferenze stampa ha sempre la faccia sfatta, l’adidas da combattimento e i capelli che avrebbero bisogno di una doppia passata di quelle vigorose.. E non sognatevi che si fermino a prendere il prosecco alla fine della conferenza stringendo rapporti con un imprenditore che poi sposeranno in un tripudio di colombe, no le tapine devono correre a scrivere o a un’altra inutile conferenza stampa. Pensate che le giornaliste ricevano in regalo prodotti di bellezza da testare e residui di sfilate? Infima minoranza. In otto mesi però io posso vantarmi di aver ricevuto
A) agenda in finta pelle di Confiarma
B) Pacco di pasta di noto pastificio irpino contenente un chilo scarso di pasta
C) Due biglietti per l’inaugurazione del Magic World a Licola
E quindi se proprio volete fare un mestiere trendy provate a fare le pubblicitarie o datevi al commerciale. Quelli del commerciale stanno sempre a schiattarsi di lampade, per esempio.
E comunque presto dirò addio a questo triste mondo. Mi ritirerò a scrivere un libro dal titolo “confessioni di una stagista” dove racconterò la mia vita di soprusi ma sempre senza sbagliare un abbinamento unendo Aldo Nove e Sophie Kinsella. Sarò famosissima, venderò i diritti cinematografici alla Fandango e Vanity Fair verrò a fotografarmi seduta al desk con un diadema in testa
( tempo di lettura previsto 3 minuti )
E fu così che una domenica di fine maggio...
Cinque mesi decisi di chiudere questo blog. Decisione convinta o meno non lo so. Solo che non ci stavo più bene. Le solite cose. Le solite cose da noi scienziati della comunicazione. Quelle cose che “la vita o la vivi o la scrivi”, quelle cose che mentre ti succede una cosa pensi a come la potresti descrivere nel blog, quelle cose che poi la gente ti legge, e la gente che ti legge quando ti incontra pensa che sei più antipatica dal vivo, oppure quelle cose che la gente che conosci ti legge e ti ripete a memoria quello che scrivi oppure ti chiede se parlerai di quella cosa sul blog. Tutte cose che mi rompono il cazzo profondamente. Poi ci sono state le vicende e le vicissitudini personali, ma di quello non voglio parlare. E per tanti mesi ho pensato di aprirmi un blog bello nuovo tutto bianco dove nessuno sapevo chi fossi. Però poi. Non si può sempre voltare pagina. Pagine bianche capitoli nuovi sono una pia illusione da rubrica della domenica di Raffaele Morelli. L’illusione di ricominciare tutto. Ma ad ogni nuovo raffreddore scompare sempre una minima dose d’olfatto. E poi io non voglio un nuovo blog, e non solo perché mi rompo il cazzo di trovare chi mi fa un template nuovo o, peggio ancora, di mettere mano io. E non solo perché non trovo un nome che sia più bello di drink pop. Ma questo posto è mio, è casa mia. E mi mancano tutti quelli che un po’ l’hanno abitato. E poi bisogna tornare a scrivere, a scrivere di sole amore e batticuore. A scrivere con mano leggera della vita e cose così. A scrivere senza usare i termini fiscalità di vantaggio, costi di gestione, incentivi per le imprese e puttanate varie. Me lo devo. E in questa domenica pesante e dolorosa come sanno esserlo solo certe domeniche di fine maggio riapro il portone un po’ arrugginito. Non so quanta costanza ci metterò, ma siamo di nuovo qua.