Il generatore automatico di stronzate
Le invenzioni che aiuterebbero a risolvere i problemi della donna d’oggi
La lavatrice umana Torni a casa stanca e strutta, sono le undici e mezza, ti guardi e noti il capello insevato e patinato dallo smog partenopeo. Chi ci ‘a fa a farsi lo shampoo? La lavatrice umana è un uovo come quelli che usano al dibi center per far dimagrire la gente solo che ti chiude anche la testa. Lo carichi con i tuoi prodotti preferiti e ti lava da sola. Puoi scegliere il tipo di spazzolamento e inserire anche il guanto di crine. Dopo ti asciuga anche i capelli con aria a ioni. Vorrei dire che ti fa anche la messa in piega liscia o riccia a scelta ma mi sembra troppo.
Il microchip trovatutto Mancano tre minuti al treno. Non trovi le chiavi, non trovi il portafogli, cerchi il cellulare, lo fai suonare dal telefono di casa. Il cell ha la vibrazione e non lo senti. Il microchip trova tutto si impianta sotto pelle in un luogo a scelta. Ci sono solo tre bottoncini in leggero rilievo. Tu li premi e l’oggetto cercato comincia a suonare. Può essere collegato anche a un microcomputer da borsetta che comincia a suonare quando nella borsa manca un oggetto di quelli impostati come indispensabile, tipo le salviettine antilucido
Il generatore automatico di abbigliamento Un computer collegato all’armadio con una tastiera sull’ante. Si imposta stile colore e temperatura esterna e il generatore automatico di vestiti ti abbina da solo i capi presenti nell’armadio. Con una piccola implementazione il generatore automatico può anche far fuoriuscire dalla trousse ombretto e rossetto abbinati. Nel futuro è previsto un tool da borse: grazie a una pratica tastiera puoi modificare il colore della borsetta a seconda dell’abbigliamento con una gamma che va da #ffffff a #000000. Eviterai così di uscire con cappotto marrone e borsa nera. Un classico di quando non hai tempo di fare il travaso.
Alla scuola di ballo “Tendenze latine”
Fu quando in questo tristo mese di novembre decidesti di dare una svolta alla tua vita. O anche solo al tuo giro vita. Muoversi alzare le chiappe dalla sedia produrre endorfine liberare i chakra. Punto primo. Indagine di mercato delle palestre raggiungibili in 3 minuti a piedi da casa tua. In modo da evitare a) di prendere la macchina b) di fare la doccia in palestre ovvero b2) preparare la borsa della palestra b3) affrontare confronti competitivi con pacche più giovani delle tue. Dall’indagine risultano fattibili il centro benessere pilates euro 24 a lezione ma ciao e la scuola di ballo Tendenze Latine euro 24 al mese. Varchiamo la soglia della scuola di ballo tendenze latine. Chiediamo alla vrenzola dietro al bancone
“Ciao, mi dici per piacere che corsi fate la sera?”
“Il lunedì il mercoledì e il venerdì salsa merengue e baciata, il martedì e il giovedì social dance”
Paura. Dal frequentare un corso di salsa merengue e baciata a trovarsi a fare il pubblico parlante ad Amici il passo è breve. Per non parlare della social dance: roba che ti ritrovi il sabato sera a ballare sulle note di Obesession in quel discopub dell’entroterra con i ricci impiastricciati di gel e la minigonna troppo stretta che ti sega le cosce. Paura.
“Non fate niente di sabato e domenica?”
“Sì, la domenica alle sette facciamo danza del ventre…”
“mmm..ho letto su “Io Donna” che la danza del ventre ti mette in contatto con la dea madre e favorisce le normali funzioni intestinali svolgendo un benefico effetto sulla flora batterica…”
Ok, vada per la lezione di prova di danza del ventre.
Alle sei di domenica sera mi ritrovo davanti alle ante dell’armadio a cercare di ricordare in quale libro ho letto la grande massima “non cimentatevi mai in nessuna impresa che richieda l’acquisto di nuovi capi di abbigliamento”.
Ecco, in base a questa dovrei dimenticare lo sport.
Nel mio armadio non c’è un capo uno che possa ricondursi a materiali quali “felpa” o “acetato”.
Ma poi. Come ci si vestirà per questa danza del ventre?
Googlo “abbigliamento danza del ventre”. Mi esce roba che manco Salomè e la danza dei sette veli. Decido che un abbigliamento da palestra forse è la cosa migliore.
Ci risiamo. Io non ho un abbigliamento da palestra.
Note per il prossimo stipendio: “Comprare un abbigliamento da palestra”. Siamo già a 2.300 euro di nota.
Vado nell’armadio di mia mamma e mi metto la tuta che lei usa per fare la cyclette in casa. Non sarà il massimo ma sembra una cosa normale da palestra. Cioè, sembro, ancora, una vrenzola della pignasecca quando esce per andare a fare la spesa, ma tant’è, la pinza nei capelli mica ce l’ho. Le scarpe vere da ginnastica non ce l’ho. Ho un paio di adidas stan smith bianche che non sono proprio da palestra ma, tant’è, decido che vanno bene uguale.
Passa l’amica Alda F., abbigliata anche lei allo stesso modo. Solo che lei ha un paio di nike vere. Superata la crisi di ridarella sulla soglia entriamo. Ci accolgono una serie di iperlampadate che parlano dei balli di gruppo che andranno in voga la prossima estate. Sui tavolini copia dell’imperdibile rivista “mondo latino”. Alle pareti foto di gare di ballo. L’istinto è primordiale. Fuggire. Ci facciamo indicare lo spogliatoio. Là ci guardiamo convinte e ci diciamo
“Nessuno può mettere Baby nell’angolo”
E il grido di battaglia. Usciamo. Poco convinte in realtà.
Cominciano ad arrivare le ragazze del gruppo. E ci troviamo di fronte a una sconcertante verità.
Alla danza del ventre non si va vestite da palestra. Le ragazze hanno jeans parei gonne fricchettone leggins. Alcune scalze alcune coi tacchi. Tutto ciò è rassicurante. Non devo comprare niente. Posso appezzottare con la roba che tengo a casa. A questo punto già mi immagino i completini che mi schierò dalla prossima domenica.
Ok. Partiamo con questa danza del ventre. Si comincia con il tipico movimento del serpente che esce dal canestro. A guardarmi nello specchio io mi sembro più che altro un antenna della televisione scossa dal vento. Ma tant’è. Andiamo avanti. Scrollamento di tette, sbattimenti di culo. Sento di avere la sensualità di una betoniera per il cemento. Mi sento una tarantolata epilettica più che una sensuale odalisca. Ma l’importante è crederci. Sto riscoprendo la mia femminilità. Sto liberando i chakra vitali. Sto sciogliendo le tensioni dell’utero. Sto bruciando calorie. Ecco questa cosa mi convince. Continuo convinta. Ci diciamo “Anni di punkebestismo e anfibi hanno ucciso la nostra femminilità. E’ giunto il momento di tirare fuori la sensualità che abbiamo tenuta nascosta sotto le magliette verdi militari”. Ondeggia di qua ondeggia di là.
L’ora è passata. Ho deciso che mi sento più portata per il rugby americano che per la danza del ventre. Ma nessuno può mettere Baby nell’angolo. Ci rivediamo domenica prossima.
Sorrento spleen
( è come una costante sensazione di mancata appartenenza... )
Sorrento. Esterno notte. Due di notte. Gruppi di amici felici vanno a ballare e ridono. Tu cammini da sola nella direzione opposta. Sopra un tappeto di luci natalizie.
La malinconia perfetta.
E smettiamola tutte di identificarci in Carrie Bradshow
La situazione è fin troppo tipica. Lei 26 anni lui 29. Sono stati assieme per due anni quasi tre e dopo un anno che si sono lasciati si rivedono per un drink. Davanti a un black e a un white russian lui le rivela una grande verità della Vita.
“Vedi Cami, quando ci siamo lasciati ero triste, ma ad un certo punto mi sono reso conto che un single di trent’anni o giù di lì può avere tutte le femmine che vuole. E’ una cosa davvero da paura. E ti ritrovi che il mese di gennaio ti volevi sposare e il mese di febbraio stai lì a uscire con tre di loro contemporaneamente. E’ meraviglioso.”
Tu stai lì a sorseggiare il tuo white russian, lo guardi, e pensi che forse è un grande errore lasciare un pre-trentenne capace di cucinare carino dolce sensibile non timoroso di pronunciare la parola “fidanzato”, con aspirazioni matrimoniali. Dopo sul tuo cammino potresti trovare solo post-trentenni con aspirazioni da pappone. E fin quando hai ventisei anni sei competitiva nel grande gioco delle coppie. Non hai l’orologio biologico che ti fa tic tac nello stomaco e si sente da tre chilometri. La tragedia sarà arrivata ai trent’anni…E non c’è marco predolin che ti salverà….
E allora pensi. Ma sarà mica vera quella statistica da macchinetta del caffè secondo la quale per ogni uomo ci sono sette donne? Un dato che non hai mai trovato confermato in un nessun rapporto Istat e che però a naso ti senti di confermare. Voglio dire. Se una mattina su due in un ascensore con capienza 10 persone tutte e dico tutte sono ragazze trentenni qualcosa di vero ci deve essere. E allora non sarà vero in assoluto. Ma è assolutamente vero che per ogni trentenne single ci sono sette femmine trentenni arraggiatissime.
E una pretrentenne può anche ritrovarsi a pensare cose del tipo:
“La domenica pomeriggio mi conviene di più andare a fare il corso di danza del ventre che mi permette di acquisire un valore aggiunto competitivo sul mercato oppure andare al cineforum de sinistra che mi permette di incontrare qualche tormentato et decadente intellettuale postrentenne fumatore di galuais e lettore di Carver?”
( quello che mi chiedo è: muccino ha solo stigmatizzato un modo di essere già diffuso nella società o è direttamente responsabile di un’accentuazione di una tendenza latente. Descrivere una tipologia la rende maggiormente diffusa? In definitiva, il trentenne mucciniano già esisteva o è stato pompato dalla cultura di massa? Ed è per colpa di sex and city che una qualsiasi vrenzola che abita a Vallo di Lucania pensa come una trentenne in carriera di new york? )
In tutto ciò. 4 euro per un aggiustata alle sopracciglia non vi sembrano un furto?
Centro direzionale groove
E alla fine anche su Napoli Est spuntò il sole. Mille soli che si riflettono sui grattacieli. Le segretarie mangiano yougurt senza zucchero sedute sulle panchine. I ragazzi che fanno filone a scuola aggrovigliano jeans e zainetti baciandosi sui muretti. Gruppi di impiegati bevono caffè bruciato ai tavolini al sole del Bar Franco con la giacca grigia buttata sullo schienale della sedia. Sola soletta occhiali di sole calze color sole vanity fair profumato di stampa da Mac Donald. Mc Donald con tavolini al sole. Double cheeseburger patatine alette di pollo coca cola maionese ketchup. Il piacere perfetto della patatina fritta intinta leggendo la rubrica di Gleen O Brian sotto il sole. Mangiare da soli: la possibilità di unire due dei più grandi piaceri della vita. Cibo e giornali. Vanity e gluttamato di sodio. La vita e cose del genere.
A novembre però il sole tramonta presto. Alle tre e quarantacinque è già sparito dietro le Torri dell’Enel. Resta una striscia rossa interrotta solo dal campanile della Chiesa del Carmine. Bisogna già accendere la luce.
Tecniche di attesa
Situazione. Tu donna.
Mediamente emancipata. Mediamente smaliziata. Mediamente svezzata a un sano cinico approccio con l’essere umano maschio.
Lettrice non dichiarata di manuali tipo “Gli uomini preferiscono le stronze” o “La verità è che non gli piaci abbastanza”.
Tu donna postfemminista postmoderna postromantica.
Tu donna ferma sostenitrice dell’atteggiamento disinvolto non dovresti mai trovarti in tale situazione in cui
"Perchè forse non si ama davvero se non nell'attesa..."
Centro direzionale spleen

Le nuvole passano le cime dei grattacieli
Gli ultimi re delle favole si incamminano verso l’esilio
Il treno che lo riportava a casa si fermò ad aspettare la coincidenza
E la coincidenza non arrivò mai
Quando ero giovane e felice all’università ci fecero vedere un film muto dell’inizio degli anni 30 che si chiamava “La folla” e rappresentava tipo la prima produzione culturale incentrata sulla critica alla società di massa. Era un film muto in bianco e nero e io e gli amichetti miei passammo tutto il tempo nell’aula buia a ridere, mangiare patatine ed essere felici prima di riuscire fuori a fare le ruote nei prati verdi. Ma quel film me lo ricordo perfettamente e ci penso ogni mattina. Ogni mattina quando una colonna di gente scende dal treno e in silenzio frettolosa sale le scale della stazione puoi anche non camminare. Usciresti comunque dalla stazione. Ognuno testa bassa e borsa in mano si mettono in fila davanti alle ascensori. File che occupano tutto l’androne. E quando ci si costipa tutti dentro nessuno chiede a nessuno “Che piano?” No, ognuno preme con il suo proprio dito il suo proprio bottone e si va su. Buongiorno E dentro. moquette grigie pareti divisori di plastiche macchinette del caffè sigarette tristi con vista sulla tangenziale il freddo del bagno il caldo dei termosifoni le veneziane alle finestre e in fondo dietro ai grattacieli si vede il mare e io dico “guarda, si vede anche capri” e mi rispondono “non ci avevo mai fatto caso”. Feed-back proattivo mailing promotion report. Come mai funzionerà un fax? Manda una mail quando arrivi una quando esci per la pausa pranzo una quando torni dalla pausa pranzo una quando vai via la sera. All’una e mezze esci e la ritrovi lì. La folla. Tavole calde e ticket. Passeggia avanti indietro avanti indietro avanti indietro. Guarda la vetrina di “Business Dress” o “Tutto per l’ufficio”. Prende il caffè al Bar degli Affari senza lasciare la mancia al barista. Alle due e mezza di nuovo dentro. E li spii dalle finestre nei loro quadrati di cartongesso e pensi che ci sia qualcosa di profondamente malefico ad immaginare progettare costruire un posto dove richiudere tutti gli uffici dove le vie non hanno nomi ma lettere. Pensi alla parola spleen. Pensi all’estetica della noia. Scrivi haiku che vorresti mandare per fax al posto delle circolari. Come il protagonista di Fight Club. Che io il film manco l’ho mai visto. Fino a che si accendono le luci. E dai casermoni squallidi escono le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi. L’ora in cui tutte le fantasie da scrivania di tutti gli impiegati vanno a finire nelle nuvole rosse che girano le cime dei grattacieli. Mi ipnotizzo a guardare le ascensori esterne del grattacielo della Wind che scivolano leggere nel tramonto. L’ora perfetta che sembra Tokyo e ti senti lost in translation. Mentre tutti intorno come gli impiegati di Fantozzi guardano fissi l’orologio e zac alle sei e trenta in punto scattano fuori col bavero alzato contro il vento.
Iperealtà
collega dirimpettaia (guardando fuori dalla finestra): che nuvoloni neri, sta venendo a piovere.
me medesima (senza ruotare la testa dallo schermo alla finestra): ma no,google dice che c'è il sole..
The awful sound
Bang bang you shot me down Bang bang suona la sveglia nel gelo grigio azzurro delle sei e trenta del mattino. Il fruttivendolo è già al lavoro nel negozio di fronte a sistemare le cascette e si sente la scopa della signora delle pulizie nel vialetto. A me sembra di aprire gli occhi nell’alba dei tempi quando il mondo ancora non era stato creato. Mi stropiccio e penso che alzarsi la mattina presto ogni giorno sia il modo in cui dio ci fa scontare il peccato originale. Faccio fare l’acqua così calda che quasi mi scotto e mi cancello con cipria e fondotinta. Giro cercando cose mentre giro mi scordo cosa sto cercando. Mi fermo in mezzo al corridoio a guardare il rigo nero tra le piastrelle. 7.16. Il treno passa tra quattro minuti. Afferro il cappotto e mi butto in strada con in una mano gli orecchini e nell’altra il lucidalabbra. Penso che non ho preso il cellulare. Ricorro sopra e mi chiamo dal telefono di casa per trovarlo subito. La borsa vibra. Ricorro giù mando un bacio al fruttivendolo e corro su per le scale della stazione mentre la lucina del treno in arrivo lampeggia. Mi butto vicino a un finestrino e il mondo intorno è pieno e affollato. Lavoratori veri, quelli delle 7.20. Non i cialtroni delle 9.07 a cui ero abituata io. Mamme impiegate che la sera prima dopo aver lavato i piatti della cena hanno preparato il pranzo ai figli da riscaldare all’una. E ragazzi di scuola con lo zainetto e la cartellina per i disegni che fumano di nascosto sulla stazione. E io ho ancora un’ora di alienazione permessa prima di. ( continua… ) ( forse…)
Bang bang, i hit the ground.
Del freddo ai reni e di altri segni di decadenza nell’autunno dell’anno domini 2006
E all’improvviso arrivò il freddo che ti fa rosse le guance. Il freddo che ti fa scavare nel cassetto del trucco alla ricerca di un labello mangiucchiato. Il freddo dei calzettoni di lana sotto il piumone e dei guanti a mezze dita. Ma. Ma il giorno 2 novembre dell’anno domini 2006 un desiderio nuovo e sconosciuto si infiltra tra la vita dei jeans e il bordo della giacchettina di velluto. Il desiderio di una calda canottiera che ti ricopra i lombi. E’ come scoprire una sera allo specchio la prima ruga. E’ come il primo capello bianco. Tutte le giornate in motorino con l’osso sacro esposto noncuratamente alle intemperie. Tua nonna che dal soggiorno all’ingresso ti urla: “ Camì, ma nun tieni fridd ai rien?”. Tu all’università che sfotti le ragazze sedute davanti a te dai cui jeans, sommo orrore e raccapriccio, sbucano i collant con dentro infilata la canottiera beige. Tutto la tua adolescenza a vita bassa che se ne va cacciando dal cassetto la canottierina nera di lycra pompea e infilandosela con cura dentro il jeans. Ma prometto solennemente in verdina extrasmall che mai e poi mai indosserò un paio di collant sotto i jeans. E mai e poi mai mi piegherò allo scempio estetico capace di compiere su ogni donna il piumino. Lungo o corto che sia. Liscio o con le aberranti cuciture stile omino michelin. E’ un orrore e non si discute.
E ancora.
Il pelo, inteso come pelliccia o come semplice bordatura, va indossato solo dopo l’immacolata. E’ contemporaneo al presepe e all’albero di Natale.
E lo stesso vale per gli stivali di pelo. Quelli schiattati a terra con i pompon appessi. Solo sotto Natale. Se ci tenete tanto ad assomigliare a Winnie Pooh.
Per piacere, dimenticate i cappelli con i pon pon diritti in capa dello scorso anno. Speravo fossero scomparsi come i jeans a zampa di elefante. E invece alla prima tramontana sono risputati malefici come un herpes. Potrebbero anche passare per una gita a Cortina ma indossati in mezzo Napoli non vi trasformarono in un simpatico piccolo aiutante di babbo natale. Vi danno solo un aria ridicola.
Generazione 1/2
(post dedicato alla socia Alda F. per tutte le serate in calzettoni a righe e passate di smalto)
C’è stato un tempo in cui si dava una lettera alle generazioni. La generazione x. Poi è arrivato quel romanzo on-line “generazione mille euro”. Qualche anno in più di noi, il doppio dello stipendio. Noi siamo la generazione ½, la generazione frazione. Abbiamo un’indipendenza a metà, un mezzo fidanzato, un lavoro che non è un lavoro ma uno stage. E quando abbiamo un mezzo stipendio per tre mesi e un appuntamento per il week-end ci sentiamo appagate dalla vita. Le radiazioni di chernobyl si sono infilate dentro di noi in prima elementare e ci hanno frammentato il cervello. Non riusciamo a stare sedute sul divano a guardare solo la televisione. Nel frattempo dobbiamo rifarci le unghie e parlare dei massimi sistemi. Scriviamo blog ma non saremo mai capaci di scrivere un romanzo. La sera ci togliamo gli stivali di pelle nera con i tacchi, ci buttiamo sul letto, lo stesso di quando avevamo tre anni, restando con i calzettoni a righe colorate. Ci chiediamo se una vita di mezze cose potrà mai essere una vita intera. E pensiamo a tutte le volte che invece le cose intere ci hanno fatto fuggire via, spaventate dalla chiusura del cerchio, dall’alta definizione, dalle frecce di direzione. Non definiamo niente a andiamo avanti così senza manco chiederci mai dov’è che mai stiamo andando perché tanto lo sappiamo benissimo al massimo possiamo decidere verso le sei di sabato pomeriggio cosa fare la sera. E manco...
Carrie in ogni puntata si mette davanti al mac dà un tiro di sigaretta o butta giù una domanda. A noi hanno tolto anche i punti interrogativi. Ci restano solo i puntini di sospensione…