martedì, febbraio 27, 2007 18:30

Lavorare lavorare lavorare

Preferisco il rumore del mare

 

 

( Narcolessia  sogni in open source e cose del genere)

La notte faccio sogni con menù a tendina. Riepilogo le cose da fare in punti elenco. Mi muovo in backoffice. Mi giro e guardo sul cellulare sperando di avere qualche altra ora di sonno. Passo la pausa pranzo dormendo collassata sulla scrivania tastiera scostata braccia incrociate telefono staccato porta chiusa. Mi appoggio allo schienale della sedia e il sonno mi colpisce come un mattone alla nuca. Vado in bagno a mettere i polsi sotto il getto dell’acqua fredda.

 

L'altra settimana ho clamorosamente perso una lentina. Sono stata tre giorni con gli occhiali mentre aspettavo che arrivassero dall'ottico sotto casa e mentre aspettavo di avere il tempo di farmi il giro degli ottici di mezza Napoli. "Buongiorno, avete per caso un paio di lentine più sei?". E tutti a dirmi. "Ma perché non ti operi?" Già. Perché non mi opero?

Ma Camilla senza i suoi più sei sarebbe un meno meno Camilla. Voglio dire. Io con gli occhiali non ce la faccio proprio a vedermi. Mi fanno una faccia da mangadown. Ma la mia ipermetropia mi appartiene quanto gli occhi verdi e il naso a patata.  Non è mica come togliersi i cuscinetti di cellulite. Mi toglierei una caratteristica dominanti.

 

Dopo aver bloccato messanger il Kgb ha bloccato l’accesso a siti vari. Non  posso più leggere il Sole24Ore ma la maggior parte dei blog sì (gne gne gne!) . La nuova politica aziendale d’ora in poi prevede d’ora in poi un elettroshock ogni mattina e 15 frustrate di lui non sa perché ma tu sì.

 

Voglia di abitini bianchi  scarpette rosse. e ore di nulla per mangiare le fragole e guardare il passaggio del sole. Una spiaggia assolata e desolata e cicale e salsedine( mare mare mare, voglio annegare, portami lontano a naufragare, via via da queste sponde…)

 

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lunedì, febbraio 19, 2007 21:02

Coriandoli bagnati 

Quand è che Carnevale ha smesso di essere una festa? Da quando a Carnevale si va a scuola e al lavoro?  Riesci a ricordarti l’ultimo volta che ti sei travestita? A te che i travestimenti piacciono tanto…

Da piccola ti volevi sempre vestire da principessa o ballerina. C’è una foto di una festa di Carnevale all’asilo dove sei vestita da clown e a guardarti manco ti riconosci, con la faccia più triste del mondo. Non riesco a guardarla quella foto. Non ricordo quel giorno. Ma riesco ancora a percepire come deve essere stato triste essere vestita da clown e non da principessa... In altre foto sei seduta sulle scale della casa di nonna con il vestito da can can del saggio di danza di tua cugina. I vestiti del saggio di danza di tua cugina sono sempre stati un grande classico del carnevale. Hai la faccia tonda tonda sbiancata dal cerone e sorridi felice dei sette veli che ti aparano la gonna. Poi vennero le scuole medie. E alle scuole medie, chissà perché, si ci doveva vestire per forza da punk. Se non ti vestivi da punk eri fuori dal gruppo e avevi assicurato il bombardamento di bombolette. E che bisogna fare. Una si adegua. Dalla foto sorridi a metà col sorriso metallico e disadeguato dei tuoi tredici anni coi capelli pittati col la bomboletta arancione e i ciucciotti appesi al giubbino. A pensarci bene era molto poco punk avere i cicciotti appesi al giubbino, ma tant’è.

Poi venne l’epoca felice delle superiori, col libero arbitrio sul costume carnevalseco, dove potevi dare libero sfogo ai tuoi desideri principeschi. E via coi diademi, veli, piume,  parapalla, fiocchi, in costumi a cui mancava solo il foglietto “in ricordo di Annarella e Gigi sposi- Hotel La Sonrisa- San Antonio Abate”.

E poi Carnevale smise di essere una festa. A ricordarmelo ci sono solo i coriandoli bagnati a terra al CdN. Eppure. Eppure quando qualcuno oggi ha detto “domani al lavoro veniamo tutti vestiti” ho pensato a come sarebbe bello arrivare vestita da me da giovane. Capelli viola corti e ingrifati. Frangettina manga a mezza fronte. Bulloni infilati in mezzo. Un top viola sopra una maglietta verde e sotto una maglia con cappuccio gialla. Una gonnellina di jeans con sopra una cintura torchiata fucsia con catene appesse. Un guinzaglio del cane arravogliato intorno a un polso,  una forchetta arravogliata intorno all’altra. Calzettoni a righe bianche e nere. Scaldamuscoli rosa e anfibi viola.

Sarebbe meraviglioso.

 

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martedì, febbraio 13, 2007 10:53

Benvenuti nel primo giorno della fine del mondo

 

La  Direzione è lieta di augurarvi un cordiale benvenuto al primo giorno della fine del mondo. Prego accomodatevi alla recepition. Le nostre gentili hostess vi consegneranno una brochure con tutte le istruzioni per vivere al meglio la giornata e i consigli di utilizzo per la fine del mondo. Ricordatevi di firmare il foglio delle presenze per ricevere alla fine della giornata l’attestato di partecipazione che vi darà diritto a tre punti di credito formativo nei confronti della vita.

 

Il primo giorno della fine del mondo è esattamente uguale a tutti gli altri giorni del mondo.

 

Solo che

 

Solo che alle 6.23 apri gli occhi, ti giri su fianco e cerchi a tastoni il cellulare sul comodino. Luce violetta filtra dalla persiana. Strizzi gli occhi per guardare l’ora. Speri che siano le tre di notte. E invece no, tra sette minuti suonerà la sveglia. Tragica consapevolezza. Nel primo giorno della fine del mondo i sette minuti non passeranno mai. E rimarrai nel letto a cercare di rubare altri dieci minuti di sonno dilaniata dalla consapevolezza del trillo imminente. Nel primo giorno della fine del mondo i sette minuti di presa coscienza del dover affrontare il mondo durano per sempre.

 

Il primo giorno della fine del mondo è esattamente uguale a tutti gli altri giorni del mondo.

 

Solo che

 

Mentre aspetti il treno nel cielo violetto si prepara il temporale. Lampi a mezz’aria. Ti chiedi se siano tue allucinazioni. Squarci improvvisi ed elettrici. Le dominazioni angeliche sono venute a dirti che siamo arrivati. San Giovanni sulla stazione di Sant’Agnello, alle ore 7.24 ti rivela che il primo giorno della fine del mondo è qui. E tu non puoi fare altro che salire sul treno e avviarti.

 

Verso

 

Verso il non luogo del primo giorno della fine del mondo. Dove tutto è esattamente uguale agli altri giorni del mondo. E anche il fischio del treno lo sa.

 

Solo che

 

Solo che il treno del non movimento, dell’andata e del ritorno, del viaggio che non è un viaggio ma ciclica ripetizione, non arriverà mai e tu resterai per sempre nell’attimo di dormiveglia quando cominci a stropicciarti gli occhi perché ormai sei a Santa Maria del Pozzo e tra quattro fermate dovrai affrontare il mondo.

 

Solo che la navetta per il Centro Direzionale non passerà mai e tu rimarrai per sempre sul granito freddo nella luce giallogna di sotto Piazza Garibaldi.

 

Solo che il giro largo che ti fai fino a sotto l’ascensore con l’Ipod  ancora nelle orecchie, per rubare ancora un attimo, ancora un attimo, non finirà mai.

 

E rimarrai per sempre così. Sotto le torri dell’Enel. Gli aerei del primo giorno della fine del mondo decolleranno nella sky line per arrivare in nessun posto. Le ascensori del primo giorno della fine del mondo saliranno per arrivare in nessun posto. I visitatori del primo giorno della fine del mondo fumeranno nelle scale antincendio una sigaretta che non finirà mai.

 

Toglietevi le cuffiette dalle orecchie. Sorridete. Gettate la sigaretta. Il tempo e sconfitto. La morte non arriverà mai. L’omega si è ricongiunta all’alfa. Il primo giorno della fine del mondo è arrivato e sarà sempre così.

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lunedì, febbraio 05, 2007 13:38

Macondo Napoli solo andata

 

“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendia si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre l'aveva condotto a conoscere il ghiaccio”

 

Erano gli zingari a portare il ghiaccio a Macondo. A far conoscere il ghiaccio ai napoletani da un po’ di anni ci pensa l’amministrazione comunale che tra gennaio e febbraio monta una piccola pista di pattinaggio sul ghiaccio a ridosso degli spalti del Maschio Angioino. “Ice park” , lo chiamano.  Così la domenica pomeriggio ogni vrenzola dei quartieri può sentirsi carolina kostner. I costumi non sono poi tanto diversi. Aggrappate alle balaustra tentano di scivolare gonnelline leopardate, ombretti glitterati, chignon affogati nel gel che creano un effetto lifting su facce paciocche tirando gli occhi fino alle tempie. Il ghiaccio sotto al maschio angionino non è quella patina lucente e azzurrina che si vede in tv. E’ una pappetta bianca polverosa che qualche felpetta fiat tenta comunque di sniffare. Sotto il peso di parmigiane di mulignane e pasta al forno con ragù mangiate a pranzo il ghiaccio si sfalda e si scioglie. Ma le carmele kostnèr non si arrendono: tentando di stare in piedi sorridono di lucidabbra fucsia al ragazzo che le fa la foto. Tanto cadere è impossibile. Sulla pista affollata non c’è spazio fisico per farlo. Oppure si innesca una reazione a catena e finisco tutti a terra. I bambini raccolgono la pappetta da terra e lanciano similpalle di neve. Qualcuno giura di aver visto gente arrivare con le buste della munezza per scivolare nel miglior roccaraso style.

Le scarpe si lasciano fuori su una scarpiera di truciolato. Provate voi a lasciarci un paio di adidas o nike o fornarina o peggio ancora paciotti o hogan  Vi conviene segnarvi sul cellulare il numero di un fabbro a cui far tagliare la lama dei pattini per non tornare a casa scalzi.

Qualche americano filma in visita al maschio angioino ride e  filma il tutto. Presto su youtube alla voce “Napolitan ice skaters”.

Ci rifaremo questa estate con la solita comitiva del Kansas che tenta di farsi il bagno tuffandosi dagli scogli della Regina Giovanna e rimane a mare incapace di risalire. “American swimmers”.

 

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sabato, febbraio 03, 2007 19:14

Memorie del pomeriggio

 

La palestra era grande e luminosa, con tutta una parete di vetro. Era quella della scuola elementare Gigliola Fiodo e tua mamma ti ci accompagnava ogni pomeriggio tenendoti per mano. Non era lontana. Bastava attraversare la piazza del paese e il Corso Italia. In autunno calpestavi le foglie cadute dai pioppi di via aniello balsamo facendole scricchiolare, in primavera quando uscivi era ancora giorno e a volte ti veniva a prendere papà. Come quel giorno che avevano appena messo l’ora legale allora lui per spiegarti che cos’era ti portò a vedere la meridiana di Villa Potenza.

Tua mamma ti aveva iscritto in palestra perché diceva che dovevo fare esercizio fisico per crescere sana e forte, altrimenti mi sarei rovinata la schiena a stare tutto quel tempo a leggere e poi ero troppo chiusa e aggressiva e superba. Dovevo socializzare con le altre bambine. Allora mi comprò una bella tutina di felpa rosa e mi iscrisse alla palestra comunale. Io prima di andare mi infilavo sempre la felpa dentro i pantaloni perché così la portavano nei cartoni animati e lei a forza me la tirava fuori. La palestra non mi dispiaceva. Durava un paio d’ora. Durante la prima c’era una divisione sessista degli uomini e delle donne. I maschi fuori a giocare a calcio, le femmine dentro a fare cose da femmina. Che potevano essere: corde e nastri, e c’era sempre la guerra a chi si prendeva il nastro, il salto della cavallina, palla avvelenata, il gioco del fazzoletto, le posizioni della danza classica alla sbarra, la spalliera, Io odiavo solo la pallavolo. E tutti i giochi con la palla. Ho sempre avuto forti problemi col le operazioni di recupero della palla. E odiavo il momento della composizione delle squadre: i due capitani che scelgono i componenti e io che rimango per ultima sulla striscia bianca di scotch attaccata alla gomma nera del pavimento a guardarmi la punta delle scarpe superga. Quando fuori si fa buio rientrano i maschi e allora si fanno gli esercizi tutti insieme: a correre intorno al perimetro della palestra,  saltelli gambe unite e gambe divaricate, un due un due. Prendete i tappetini che si fanno gli esercizi.

A casa mi aspettava un panino san carlo con la nutella e l’aranciata.

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