Patatrekking
E poi capita che in una domenica di inizio estate fai pace con tutte le domeniche di inizio estate di sempre seduta su un altalena che dondola sul vesuvio, persi in un tramonto perfetto e infinito.
Succede che a ventisei anni pensi che non ci sei mai salita su quella montagna azzurrina che tieni sempre davanti e che praticamente ha fatto da sfondo a tutti i tuoi baci da quindici anni ad adesso. Ti rendi poi conto che con il lungo week-end davanti il pericolo pucundria et contemporaneo post sullo spleen domenicale erano dietro l’angolo. E davvero ste cose non si possono più reggere e leggere.
E così, davanti allo spettro di te sul balcone che ti ingolli di latte di mandorle e gin leggendo il solito romanzo postmoderno americano dedico di dire sì a quanto avevo detto no all’ascolto delle parole “partenza alle sette del mattino”.
Con non tantissima convinzione tolgo le scarpette di raso rosso coi tacchi a pois e tiro giù dalla cima dell’armadio le odiatissime scarpe da trekking, compagne inseparabili dell’inverno finlandese e causa dei peggiori complessi verso le stangone indigene che giravano suò ghiaccio coi tacchi a stiletto.
Metti le scarpette da trekking ed è come quando Dorothy del mago di Oz scopre i poteri magici delle scarpette d’argento della strega cattiva del nord. Le metti, sbatti i tacchi tre volte, e ti trovi in un altro mondo.
Dove non sai neanche tu come ma da qualche parte nascosta dentro ti esce la forza di camminare per cinque ore, otto chilometri di montagna. Un po’ ti viene il fiatone, un po’ ti fai tirare, un po’ proclami che non ce la fai più, ma ce la fai. E in cima ti mangi anche la frittatina di pasta fredda che in normali situazioni ti avrebbe fatto schifo.
E poi c’è la discesa. Tecnicamente si chiama “sciuliamazzo” Ovvero menati da sopra alla montagna e rotolati giù tra detriti, lapilli e foglie secche.
Io sono caduta una sola volta. Una volta e poi mi sono fatta tutta la discesa sedere a terra impanandomi come una cotoletta nel terreno. Non escludo che tra qualche mese mi possa anche spuntare un castagno del Vesuvio dal sedere.
E poi.
E poi arrivi a un antro patafisico dove c’è la strega buona del Vesuvio che ha un dove vengono sfornati in continuazione plum-cake, dove le parole scorrono leggere e profonde tra vino e caffè e gatti. Dove la serenità si spalma arancione sulle fette biscottate e tutto si risolve passandosi la frittata di zucchine e il cateau di patate con la pasta dentro sotto la luce dei candelabri appesi alle pareti.
“Ti senti sola, con la tua libertà…”
E un’altra estate si prepara a scendere sulla penisola sorrentina, tra divanetti bianchi e daiquiri alla fragola. I baretti estivi comincia a riaprire, sabato ho fatto il primo gelato tuffo di stagione con la solita sensazione di nuova vita del primo tuffo di stagione. Ho messo via il fondotinta e comprato una terra nuova con un pennello grande. Indosso pantaloni bianchi e scarpette rosse a pois con il fiocco e il buco davanti. Non ho paura del rossetto total red. La sera quando esco dal lavoro è ancora giorno e allora vado a piedi alla stazione sorridendo ai bambini che imparano a portare la bicicletta senza le rotelle nei violoni del centro direzionale liberati dagli impiegati in pausa pranzo. Nel treno, quando arriviamo a Meta, tiro giù il finestrino e ci rimango appesa a inspirare forte l’odore dei fiori d’arancio dei giardini attorno ai binari.
“Primavera non bussa lei entra sicura, come il fumo lei penetra in ogni fessura…
( …ma guardare l’idrogeno tacere nel mare, guardate l’ossigeno al suo fianco dormire, soltanto una legge che io riesco a capire ha potuto sposarli senza farli scoppiare…)”
Bisogna stare molto attenti alle domeniche pomeriggio di inizio estate.
Eh, signora mia, non ci sono più le mezze stagioni..
Magari, dico, ci andremmo evitando
Il caldo e confortevole abbraccio del consumismo artistico-funzionale
Ci vorrebbe una vita come l'Ikea. Con le freccette guida a terra che se le segui sei sicuro di vedere tutto, di non perdere niente e di non perderti.
(Che poi: Quando dicono "La signora Anna è attesa dai figli allo Smoland", siamo sicuri che la signora Anna sappia dove sia questo Smoland? Io non l'ho mai capito...)
Pasquetta spleen
Quante pasquette , 25 aprile, 1 maggio hai passato così? Seduta fuori sul divanetto di paglia a odorare la calma del paese mediterraneo. L’azzurro perfetto e smagliante del cielo, il verde brillante dei giardinetti, gli uccellini, il treno che passa sul ponte vicino e ogni tanto una macchina che passa con la musica da discoteca a tutto volume. Consapevole che pochi metri più giù, vicino al mare, regna il caos completo. Aspettando che si formi il traffico interminabile del ritorno per restare sul balcone al primo piano a guardare le facce stanche e nervose dei papà alla guida, i visi paonazzi dei ragazzi del ritorno dal mare, i cori che escono dalle macchine. Quante pasquette le ho passate a leggere su quel divanetto, fino a farmi male gli occhi, fino a che il sole non cominciava a diventare accecante e allora mi butto dentro sul letto a leggere e leggere e leggere e dormicchiare, piena di una solitudine grandiosa, di un’apataia rivelatrice. Pensare di poter passare il resto della tua vita in casa leggere, come se fossero eternamente le quattro del pomeriggio di un assolato lunedì di Pasquetta. Come avere in eterno sedicenni anni e sentirsi eroica e romantica a passare il pomeriggio di pasquetta a leggere e non sulle Tore a giocare col super santos. Vanità della solitudine.
Ho fatto quello che dovevo fare Rimango da sola a riempirmi bicchieri di campari e gin da bere alla salute di un sole inutile. Ogni tanto piango. Ma sono solo gli ormoni, mi dico.
Stamattina ho cominciato a inscatolare i libri. Tra un paio di mesi si trasloca. La famiglia dopo ventisei anni cambia casa. Tolgo i libri dagli scaffali e li ammasso sulla scrivania , li catalogo e poi li metto negli scatoli. Fino ad ora ho catalogato 280 volumi nella sezione letteratura, 68 in quella infanzia e 65 in quella saggistica. Dagli scatoli mi guardano e chiedono “che fine hanno fatto tutte queste parole?”.
Oggi è mancato Internet. Neanche una doretta la ricercatrice quasi perfetta on-line per chiacchierare. Leggo Don De Lillo come un altro pomeriggio di aprile di 4 anni fa con la primavera che entrava a fiotti dalla finestra e guardo il tramonto sulla stazione da dietro le tende bianche della camera da letto dei miei genitori.
Piccolo racconto triste di Pasqua
Questa è una storia molto commovente che tutti quelli che mi conoscono si sono sentiti raccontare almeno una volta. E’ una storia molto triste. Questa è la storia. Andavo alle elementari e uno dei miei sogni era partecipare alle processioni. Mettermi la tonaca, la mantellina viola, il medaglione, il cappuccio a punta da cui escono solo gli occhi. Mi sarebbe piaciuto tanto portare il gatto a nove code o la mazza con la spugna imbevuta d’aceto sopra. E’ un desiderio che si confaceva alla mia ancestrale attrazione per la chiesa. E’ come essere suora o prete solo per una notte. Sfilare per le vie del paese illuminato solo da fiaccole, con la luna piena del venerdì santo che si affaccia dalle nuvole e il canto del Miserere gregoriano che scandisce i passi. Solo che tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta c’era una sola possibilità per una donna di partecipare alle processioni. Far parte del coro del Figlio Mio che accompagna la processione della congrega della Madonna Addolorata, quella che esce alle due di notte tra il giovedì e il venerdì, la più teocon di tutte. Non avevi il cappuccio a punta da cui escono solo gli occhi e camminavi in mezzo al gruppo, ma era già qualcosa. Eri comunque dotata di una mantellina celeste e di un medaglione. Per far parte del coro del Figlio Mio dovevi fare minimo la prima media. E superare un provino. Ma lo superavano quasi tutte. Così la prima domenica dopo Carnevale, finalmente arrivata in prima media, vado con tutte le mie amichette di classe a fare il provino. Io avevo provato sola a casa per tutta la settimana, sognando anche che mi facessero fare un assolo (in realtà il mio sogno recondito era fare quello che intona il miserere e dà il la ai cantori) La signorina Coppola, pace all’anima sua, masta del Figlio Mio, identica alla tipa che suona l’organo nella chiesa dei Simpson, ci chiama una alla volta vicina alla tastiera. Non ci chiede perché vogliamo entrare a far parte del coro né cosa ci aspettiamo da questa esperienza ma ci fa intonare subito il ritornello. Io vado. Lei scuote la testa. Chiama il tastierista. Mi fanno intonare tanti auguri a te. Lui scuote la testa e dice “non è che è stonata, ma non ce la fa con la voce”. Mi vengono i lucciconi. Già a Natale ero stata scartata dal coro della recita di Natale che doveva cantare we are the world. Poi dovevo fare la presentatrice della recita ma mi sostituirono perché non sapevo dire correttamente “Ciacovsky” (lucia astarita, malefica professoressa, ti odierò per sempre, ma questa è un’altra storia da libro Cuore). Fatto sta che scuotono la testa e fanno “ci dispiace”. Tutte le mie amichette furono prese. Tornai a casa e dissi che avevano bocciato la metà delle ragazze. In realtà solo io ero stata scartata.
L’anno dopo la processione rivale, quella dei giuseppini che esce il giovedì sera alle 8, introdusse anch’essa un coro femminile “Sei tu Signore il Pane”. Il provino non c’era. Ma non era prestigioso come il Figlio Mio. Ci sono andata per due tre anni, ma fare la processione di sera alle 8 mica è glamour come fare quella delle due di notte che si ritira all’alba! Smisi verso i 15 anni quando le processioni diventarono una scusa per star fuori tutta la notte e imboscarsi coi ragazzi. Nei primi anni 2000 la congrega della Madonna Addolorata ha una svolta liberista: apre la processione alle donne come portatrici di misteri in quanto rappresentati delle pie donne che accompagnano la Madonna alla ricerca di Gesù Cristo. Caso finora unico in tutte le 18 processioni della Penisola Sorrentina. Decido così di avverare il mio sogno. Fare la portatrice di misteri. In quanto donna ti davano il cappuccio aperto e non quello chiuso ma camminavi da sola in mezzo alla strada tra due portatori di fiaccole e potevi fare la star della processione. Porto il vassoio con l’orecchio tagliato e il coltello insanguinato. Bello bello. Sto proprio dietro al coro del figlio mio e in testa a me canto pure.
Quest’anno, sopraffatti dalla penuria di pie donne cantrici è apparso nella bacheca in piazza un cartello che diceva. “Domenica 4 marzo alle 16.00 presso la Congrega della Madonna Addolorata ci sarà la prima prova del Figlio Mio. La partecipazione è libera.”.
Lo guardo e dico: “Non mi avete voluto nel 1991? E non mi avrete mai!”
Stanotte guarderò la processione fuori dal balcone perché domani si fatica e non è che me ne posso andare girando fino all’alba e sottovoce canterà il coro del figlio mio (il mio figlio mio dov’è).
Di cosa parliamo quando parliamo di connessioni?
Dunque. C’è questa ricerca della Nielsen (alla quale tra l’altro ho partecipato pure io ricompensato con una banconata da cinque euro infilata dentro una busta e con la quale mi sono comprata una cintura rosso a pois bianchi da portare alta in vita con un fiocco davanti) sul consumo di spazi web 2.0 da parte degli italiani. Vengono definiti “heavy user” coloro che si connettono in media 44 volte al mese. Ma quanti tra i miei venticinque lettori sa dire quante volte si connette al mese? Non mi pare un approccio corretto questo, mi sa tanto di web 1.0. Si poteva individuare chiaramente il numero di connessioni ai bei tempi di una volta del modem 56k, ciccavi su connetti bip bip beeee biiii ed eri connesso. E tuo padre che ti urlava di staccare dal soggiorno dopo appena mezz’ora e tu però intanto ti stavi un attimo innamorando sul messanger. Non funziona mica più così. Qualsiasi utente medio, medio del 2.0, la mattina arriva in ufficio, accende il computer ed è connesso. E magari puoi affacciarti al web tra un’attività e l’altra, ma mica stai lì a contarle come singole connessioni. Sei connesso e stop. O ancora, puoi fare un lavoro tipo il mio e allora lavori direttamente su Internet e quindi sei continuamente connesso otto ore al giorno. Poi arrivi a casa la sera e la prima cosa che fai è accendere il computer, così magari come i tuoi genitori accendono la tv. Perché Internet è un sottofondo continuo, una cosa che sta lì e non distingui più on-line e off-line, reale e virtuale. E’ il prolungamento delle nostre vite, la bacheca di sughero alla quale si appendono le foto, il diario di scuola dove spillavi il biglietto del film che avevi visto con lui, sono le lettere scritte a mano mentre la professoressa spiegava….”E’ la trama delle nostre vite” come disse già sei anni fa il buon Castells.
Sondaggino: resisti di più senza cellulare o senza internet?
Operazione Bento
Fatto sta che devo perdere cinque sei chili. La decisione fu presa nel momento in cui la centralinista mi fa”Camilla, ti posso dire una cosa? Hai messo un po’ di ciccia finalmente, quando sei venuta qua eri proprio invisibile”. Di rimando la segretaria: “Sì, ti sei arrotondata un po’, stai bene però”. Ok. E’ ufficiale. Sono una cicciona. Detto ciò dobbiamo togliere di mezzo la mia principale fonte di calorie. I crocchè. I crocchè e i panini salsiccia e friarielli. I crocchè, i panini salsiccia e friarielli e le frittatine di pasta. E le pepsi al distributore. E le tavolette sane sane di cioccolata milka a metà mattina. E i cipster alle cinque del pomeriggio. Mia mamma da parte sua ha deciso che lei non mi farà mangiare pasta per due settimana. E comincerà a prepararmi il pranzo da portare…
Il pranzo da portare.
Io l’ho sempre schifato il pranzo da portare.
I contenitori soprattutto. Mi fanno senso. E quella pasta scaldata mangiata direttamente nel pentolino. E il panino avvolto nella carta argentata. E il contenitore sporco da rimettere in borsa. Orrore e raccapriccio. ( altra cosa sarebbero fatti del genere, ma richiedono troppo un impegno superiore).
E poi cosa portare? Io la roba fredda non la mangio, la frutta non la mangio, la pasta scaldata mi fa schifo, i salumi e i formaggi tutti mi fanno vomitare, il souffle di zucchine fotografato su l’ultimo numero di Io Donna come ideal light lunch per la donna manager mia mamma ha detto me lo posso scordare che lei ci ha da fare che non cucinare a me tutto il santo die.
E così ho preso spunto dall’ultimo articolo di Vanity sulle modelle anoressiche, che poi è quello che ho sempre fatto io tutte le primavere, avanti a red bull tutto il santo giorno e pace. Il martedì e il giovedì concesso un gelato a cioccolato a pranzo. Sullo stesso articolo un’altra modella anoressica consigliava di mangiare a prima mattina due batuffoli di ovatta bagnati di succo d’arancia per non avere fame tutta la giornata. Ma questo mi fa un po’ senso.
Question time
Le maestre, e in genere la donna impiegata over quaranta, prendono il treno la mattina e hanno sempre con loro una borsetta di carta. Che ci mettono in questa borsetta di carta? E perché non possono prendere una borsa più grande dove infilarci tutto come facciamo noi over ventenni sofferenti di tendinite al polso perché la borsa va rigorosamente portata a mano?
Nomadi e pellegrine
Mia mamma mi dice. “L’importante nella vita non sposarsi con uno che ami, ma con uno che ti vuole bene davvero, perché tanto l’amore passa”. Mamma, hai ragione,
Sua mamma gli dice: “La devi finire di uscire con così tante ragazze, perché alla fine vorrai qualcosa di ognuna di loro e non te ne andrà bene nessuna”. Mamma hai ragione.
Mia cugina dopo due anni di matrimonio lascia il marito. Lo stesso sua sorella.
Chi ci ha convinte che potevamo avere il pane e le rose? Chi ci ha convinte che potessimo avere una vita professionale soddisfacente, uno stipendio che non sia una paghetta , un uomo che amassimo alla follia affianco e che ci amasse alla follia, una rete di amici attorno, week.end al mare e happy hour?
Chi ci ha fatto credere che tutte le possibilità del mondo fossero nostre e avessimo diritto a tutto e fosse vietato accontentarsi?
Di chi è la colpa? Chi ci ha trasformato in un branco di sbandate che sognano anelli pataccosi e si sentono incastrate alla terza telefonata?
Il problema è questo. Tu hai vent’anni. Leggi Cosmo e guardi Sex and City. Sei convinta che hai diritto anche tu a tutto questo. A calzare Manolo, a uscire con svariati tipi indossatori di giacchette di velluto a coste con spillette sul bavero e a rigettare le tue paturnie su un Mac, Solo che non abiti a New York, ma a Melito. E fingersi Paris Hilton a Melito sappiamo bene quali mostri produca.
Il problema è questo. Tu sei convinta di essere una ragazza perfettamente adeguata.
Poi vai dal parrucchiere e la vrenzola che ti asciuga i capelli ti chiede:
E quanto anni tieni tu?
26
Ah, sei sposata?
No
E come mai?
E allora mi domando e chiedo. Se fossi nata ai quartieri spagnoli come sarei? a quest'ora sarei sposata con due bimbe che si chiamano mariarca e sharosa e ascolterei neomelodici facendo i servizi col pigiama e la pinza per i capelli in testa senza farmi tante paturnie?
L'amore è nella semplicità. Quest'è la risposta.
Baudrillard è morto. Lo ha ucciso Hello Kitty,.
La domanda più comune è: ma che cos’è? Un cartone animato?
La seconda domanda più comune è. Ma è roba per bambine?
Al prima dico che no, non è un cartone animato, è solo roba che si compra..
La seconda non la so. Credo che all’inizio sì, poi ora sia rivolta alle postadolescenti che adorano spendere i loro primi stipendi in indispensabili charme per il telefonino piumati e in magliette che con hello hitty madonna incoronata che in ufficio non potranno mai mettere.
La terza domanda è sempre: ma perché ti piace tanto?
Io a questa davvero non so cosa dire. Dico per il design nipponico kidadult. Dico che mi affascina qualcosa nata e concepita esclusivamente come pura merce. E intanto accumulo adesivi, penne, quaderni, borsette, magliette, un trolley, un tappetino per il bagno, mutande, calzini e stronzate assortite..
Il gadget senza l’oggetto principale. Voglio dire, hello kitty non è un cartone animato su cui poi hanno costruito attorno il mercandeshing. Ci sarà pure un cartone animato, ma non conta niente. Non ha un suo uso specifico. Non è come Barbie che ci puoi giocare. E’ pura immagine. Puro culto. Puro consumismo. E io la adoro.